La visione d’insieme (personaggio in contrasto con l’ambiente)


Avvolto nel suo vecchio e usurato cappotto nero, il ragionier Rossi era pure antiestetico, oltre che anonimo. Sembrava una macchia sporca su un muro bianco, la mosca nera attaccata alla lampadina.

In realtà lui era sempre stato tutto questo, e il suo sentirsi fuori luogo seduto su una panchina di fronte alle giostre era più che altro credersi sempre superiore a chiunque ed estraneo a tutto.  Era un uomo arido, gretto e asociale, il ragionier Rossi. Amava i numeri e contare i soldi, non certo le persone. Che spreco di tempo, le persone.

“Tornerà come sempre”, pensava presuntuoso trattenendo con le dita i pochi spiccioli nella tasca bucata, ma di certo riteneva coraggiose le ultime parole di lei, la determinazione con cui le aveva pronunciate, scandite lentamente affinché fossero chiare: “E’ finita per sempre Giulio, sono stanca del tuo cinismo e della tua freddezza. Ho conosciuto un altro uomo e ci siamo innamorati. Non cercarmi mai più, io non sono come te. Io voglio essere felice.”

Ogni parola, ogni singola lettera era stata soppesata per ferire, ma come sempre Luisa non era riuscita a scalfire quella corazza.

“Mmm…tu ti soffermi sempre sui dettagli Luisa, pensa alla visione d’insieme per Dio! Quanto sei banale! Dai, ora andiamo a casa mia e sistemiamo tutto”. Ma lei, senza aggiungere altro, se ne era andata, per sempre.

“Tornerà, tornerà…si, lo ammetto, bella scenetta melodrammatica, da Oscar, ma è talmente prevedibile quella sciocca…”, e nel sorridere arrogante a questo pensiero, cominciò a guardarsi intorno, solo per il gusto di sputare addosso a qualcosa prima di andarsene.

“Quella bambina, ecco, quella bambina bionda nella carrozza che ride felice…seduta dentro una enorme zucca colorata di giallo e rosa, guarda la mamma ad ogni giro, la saluta, la chiama mammaaaaa, e lei risponde al suo saluto con un bacio…mah, non capisco tutta questa esaltazione, cosa pensa di essere veramente una principessa?…mmm e quel bambino lì, si quello di colore senza i due denti davanti, quello lì sul cavallo bianco, guarda come è eccitato, sentilo come grida e sembra felice ma… si vabbè però con quei denti…e i due fratellini nell’automobilina a stelle e strisce? fortuna che hanno smesso di litigare per decidere chi guida…proprio insopportabili…e ora guardali, amici come prima, che si dividono il divertimento, uno guida e l’altro suona il clacson…mah…chi li capisce…”

“Forse sarebbe meglio che Luisa non tornasse, a pensarci bene”, disse tra sé e sé.

Luisa era solo un’idealista che credeva a felicità effimere e passeggere, che voleva amare ed essere amata, magari sposarsi, avere bambini, portarli alle giostre, ma per lui tutto ciò non aveva senso, tutte quelle inutili attività quando poi, in fondo, cosa ci si guadagnava poi? Che donna banale! Meglio perderla una così! Lui si, invece, lui lo sapeva che nella vita erano altre le cose importanti: c’era il lavoro, c’erano i soldi in banca, c’era la auto in garage, c’era la casa di proprietà dove viveva così bene con l’anziana madre, che bisogno c’era di stravolgere tutto per sposarsi e fare figli, e portarli alle giostre pure.

Dopo tutte queste considerazioni era giunto il tempo di tornare a casa, come sempre, ma non senza voltarsi quasi a lanciare un’ultima occhiata di disprezzo, come ad affermare il suo ennesimo rifiuto per ciò che non gli serviva.

Ma quando si voltò, accadde qualcosa che gli fermò il cuore, letteralmente: non vide più le luci colorate, la bambina sulla carrozza, il bambino senza denti davanti, i gemellini rumorosi, le mamme e i papà, ma vide ciò di cui Luisa gli aveva sempre parlato.

Vide una pura, sciocca e banale, felicità e capì che lui, quella, non l’avrebbe provata mai.

Fu la visione d’insieme, non il dettaglio, a ucciderlo.

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