Ansia e Grezzo o fame chimica (libera rivisitazione di Hansel e Gretel)


C’era una volta una famiglia che viveva in un appartamento a fitto bloccato nella periferia di niente.

Il palazzo era un’anonima figura geometrica color tristezza in mezzo a un quartiere che, visto dall’alto, somigliava alla costruzione Lego di un soggetto depresso.

La nostra famigliola era composta da un padre disoccupato e apatico, che trascorreva le giornate davanti al televisore con una bottiglia di birra in mano, una madre che le trascorreva pulendo casa con un unico straccio sporco, quindi sporcandola, e i due malcapitati figli, Anna e Gregory. Anna e Gregory, erano meglio noti come Ansia e Grezzo: la prima perché paranoica a livello patologico, malamente seguita da uno psichiatra della ASL, il secondo perché notoriamente poco raffinato nei modi. I gemelli, figli di quel panorama desolante, per non essere diversi dagli altri, per appartenere dunque a non si sa cosa, continuavano la tradizione di famiglia dell’astensione dal lavoro, la prima per paura di tutto ciò che era al di fuori di casa sua, cose e persone, il secondo per le sue indiscusse doti di parassita sociale.

Arrivò però un giorno, anzi una sera, che cambiò per sempre le loro sorti. I genitori ebbero una discussione accesa riguardo ai soldi, e la madre propose di mandare i figli fuori di casa così che non pesassero più sul magrissimo bilancio familiare. Il padre, sventolando la bottiglia di birra che era oramai diventata il sesto dito della sua mano davanti al volto bovino della moglie, si oppose a questa decisione e minacciò di menarla, ma aprendo il frigo e contemplando quel vuoto che tanto gli ricordava la sua vita, acconsentì per l’espulsione dei due eredi.

Il piano era questo: il giorno successivo li avrebbe condotti da una vecchia zia che viveva fuori città e, con una scusa, si sarebbe allontanato per non tornare mai più a riprenderli.

La vecchia zia in questione era una vedova sola e considerata strana dal resto della famiglia, ma era pur sempre una pensionata con casa di proprietà, senza figli e nessun amico. Non aveva mai visto di buon occhio i genitori di Ansia e Grezzo, ma da sempre nutriva un certo interesse per i ragazzi che sperava di vedere un giorno o l’altro. Quel giorno era arrivato.

Ansia, che nascosta dietro la porta della cucina aveva ascoltato la discussione tra i genitori, si sentì pervasa da un senso di ansia – ma va’! – che le saliva dalla pancia su fino alle tempie e corse in camera con le sue gambette magre e nervose per dare la brutta notizia a Grezzo, imitando senza saperlo gatto Silvestro quando scappava dal cane dei vicini.

«Grezzo… Grezzooooo! Ti devo parlare, svegliati, dài… Grezzoooo!»

«Oooooh, cazzo mi urli nelle orecchie? Ti sei rincoglionita? Prenditi quel cacchio di Lexotan e datti una calmata, deficiente.» E si girò dall’altra parte per continuare a dormire.

«Sì… hai ragione… Lexotan… aaa… spetta…bb… bicchiere… otto, nove e dieci!» Le gocce che si tuffavano giù dal flacone rovesciato la mandavano in estasi.

«Prendine almeno venti, o col cazzo che ci parli con me» borbottò l’altro con un occhio aperto e uno chiuso.

«..’cciottooo… ’ciannove… venti… ecco…  uhmmm… eehhh… ci mandano via… capito?… mi sa che stavolta ci mandano via per davvero… madoooo…»

«Chi ci manda via? I due stronzi di là? Ahahah! Ma daaaiiiii…» Quest’ultima parola partorita a bocca spalancata mentre si sedeva sul letto con la sigaretta tra le dita tozze e amorfe. La sigaretta stava alla sua mano come la bottiglia di birra alla mano del padre. Della serie: “I poteri del DNA”.

«Sì… dalla zia… quella pazza… li ho sentiti bene… deciso… domani… non ci vogliono più… no… eh!…  Basta, se non ci vogliono, non ci vogliono… uhmmmm… eee ora?…  cco… cosa facciamo ora?» Sillabava a fatica Ansia in lingua lexotanica, grattandosi istericamente l’avambraccio che sembrava un ramo secco.

«Eh… facciamo che andiamo, testina di minchia, magari lì si mette qualcosa sotto i denti» espirando il fumo in faccia alla sorella. «Ah! Eh!… boh… magari…’ntottooo… ’ntinovee… trenta!»

Così arrivò il giorno in cui Ansia e Grezzo furono accompagnati con l’inganno dalla zia strana. L’inganno consisteva nell’entrare a casa della vecchia con i ragazzi, fingere un malore e andare in bagno per poi scappare dalla finestra a gambe levate. Un grande piano. L’incauto padre non si era reso conto, però, di aver lasciato la porta del bagno aperta, così i tre assistettero a quel maldestro tentativo di fuga in silenzio, sconcertati dalla goffaggine di quel miserabile incastrato col sedere nella finestra sopra il gabinetto. Per fortuna la vecchia signora, esasperata da quell’inutile perdita di tempo, pose fine a quello spettacolo afferrando l’uomo per una gamba e accompagnandolo verso la porta con un’aria compassionevole. Chiudendolo fuori col suo destino, ebbe un pensiero triste e si disse “Che sfigato!”, ma in una manciata di secondi guardando i nipotini che da tanto aspettava per cena, le tornò il buonumore.

«Bene… siamo soli, finalmente. Cosa posso offrirvi, miei cari?» chiese la donna, strofinandosi le mani artritiche e squadrandoli da capo a piedi come fossero due alieni.

«Niente» rispose tutto d’un fiato Ansia, masticandosi un’unghia fino alla falange.

«Non farci caso, è deficiente» la zittì Grezzo assestandole una gomitata tra le costole, «se ci prepari un boccone noi ce lo mangiamo, zia.» E poi, prendendole la faccia tra le mani, le sussurrò dolcemente all’orecchio «… Ooohh… cazzo c’hai nella testa? Ti ricordi da quanto tempo non si mangia? La prossima volta ti prendo a calci nel culo finché non ti torna la fame, testa di minchia.»

«Sssì… maaa… maa… ma come ci guarda… quella è stran…»

«Macché strana e strana!» sbottò Grezzo. «Non vedi che c’avrà quattrocento anni, peserà venti chili… ‘zzo vuoi che ti faccia quello zombie…c’ha un piede nella fossa, c’ha! Dai, pigliati ‘sto Lexotan! Ora!»

L’arrivo della zietta seminascosta da un enorme vassoio interruppe l’idillio. «Bene ragazzi accomodatevi in salotto, io arrivo subito» cinguettò giuliva come un passero. «Intanto gustate una tazza del mio tè. È speciale, lo faccio arrivare dall’Inghilterra.»

Eh sì, il tè era davvero speciale, il migliore mai gustato. Era pieno di droga.

E la droga gioca brutti scherzi: allucinazioni, deliri, fame chimica.

Ma si sa, anche la vecchiaia gioca brutti scherzi, soprattutto la memoria è birichina. Si è così distratti da anziani, che si dimenticano le cose, soprattutto quelle importanti, come nascondere ai tuoi nipoti che li vuoi mangiare.

E fu così che Ansia e Grezzo, bevuto il tè, si accomodarono in salotto e data una veloce occhiata in giro, si avvicinarono curiosi all’unico pezzo che stonava in quella stanza odor naftalina.

Un computer. Acceso. Un computer acceso su una pagina internet. Un computer acceso su una pagina Internet dedicata agli estimatori del cannibalismo, che illustrava ricette e dava deliziosi suggerimenti sul come brasare, friggere o arrostire la carne umana, meglio se giovane.

“Mmminchia!” fu il primo pensiero di Grezzo, mentre la testa malata di Ansia era tutta un coro di angeli strafatti.

«Quella… mmmm… quellaaa… ci vuole mangiare… oooh, che può anche capitare…» L’acido cominciava a blaterare in rima baciata. «Ooohh… sai che c’è? Eh!… che dobbiamo scappare! Dopo, però! Io adesso… mmmm… adesso… mi sento tutto strano, minchiaaa… e c’ho troppa fame, c’ho ‘na fame pazzesca…» borbottò Grezzo col suo solito menefreghismo misto droga.

«Anche io…» annuì l’altra scoppiando in una risata acuta che faceva a pugni con lo sguardo assente, «… eh!… sì! Ma se la cena siamo noi… ahahhaha… come cacchio facciamoooooo?»

«Eeeh?» esclamò Grezzo che non riusciva più a trattenere le risate. «Eeeh… aaahhh… booooh… ’sto tè di mmmerda… ’zzo ne so io, io c’ho fameee!»

«Ragazziiiiii!» Una voce stridula irruppe dalla cucina. «Vi ho preparato uno spuntino, venite…»

«Seeee…» risposero all’unisono, e facendo lo slalom gigante tra pali invisibili si avviarono verso la cucina dove trovarono un vero e proprio banchetto ad attenderli: carni, salumi, formaggi, vino, pane, torte e ogni ben di Dio.

“Minchia! Ditemi che non è un’allucinazione!” fu il pensiero condiviso nello stesso istante, la famosa telepatia dei gemelli. E per essere sicuri si gettarono su quel tavolo come due leoni sulla gazzella, ma nemmeno dopo mille e mille bocconi riuscirono a saziare quella fame. Chimica e atavica.

La vecchia zia, che pur aveva previsto quanto i ragazzi avrebbero gradito tutto quel cibo e quanto si sarebbero ingrassati, non poté sfuggire al pensiero che qualcosa stava andando storto nei suoi piani. L’orrido presagio divenne conferma in un attimo. Lo sguardo dei due che le prendevano le misure come un sarto, impugnando – minacciosi e strafatti – due bei coltelloni, non prometteva niente di buono.

I suoi ultimi ricordi prima di finire nel forno come un tacchino ripieno furono due: la faccia di Grezzo che leggeva a voce alta una ricetta stampata da Internet, e la voce di Ansia che contava «’cciottoooo…’ciannoveeee… venti!»

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