Una blogger in travaglio (mi si sono rotte le acque)


Dicono che la vita sia quello che ci succede mentre siamo impegnati a far altro. Io mentre facevo altro non mi sono accorta proprio di cosa mi succedeva intorno, cioè non so se mi sia passata la vita a fianco e mi abbia sfiorata, lambita anche solo per un istante.

Nella mia vita di tutti i giorni mi considero una persona puntuale, eppure credo di aver perso qualche appuntamento importante della vita perché in ritardo, o impegnata a far altro. Forse avevo l’orologio regolato male, non trovavo le scarpe adatte al vestito, ero senza occhiali e non trovavo le lenti a contatto. Oppure ero malamente inciampata sulla gatta col risultato di averle contuso una costola mentre io battevo i denti sullo stipite della porta e ringraziavo gli dei perdendo tempo utile.

Devo ammettere che in certe occasioni mi è parso che essa mi sfiorasse, sono quelle che Joyce chiamava “epifanie”, momenti di rivelazione dove si coglie un significato, un senso.  Mi è capitato spesso un anno fa, quando mi hanno licenziata e mi sono trovata a fare i conti col mio futuro professionale e non solo e avevo la netta sensazione che non fosse un caso trovarmi lì, in quel posto del mondo ad affrontare l’infausto (o no) cambiamento. Segnali mi portavano spesso in quella città che amo molto dove c’è e ci sarà sempre un pezzo del mio cuore, altri mi portavano altrove, nel mondo, ovunque ma non a Genova, ma sta di fatto che al momento sono ancora qui che scrivo all’ombra della lanterna e mi chiedo se la vita, in quei momenti, invece che sfiorarmi non poteva travolgermi come un tir, trascinandomi in quella destinazione suggerita, sussurrata. Io sono un po’ “di coccio”, e non sempre colgo tutto al volo. Sussurrare a orecchie sorde come le mie spesso non serve a niente, eppure mi considero una persona sensibile. Qui subentra, credo, il fattore coraggio, e quando manca questo il sussurro, la parola sospirata, deve necessariamente lasciare spazio ad un urlo frantuma timpani. Con l’apparato uditivo disintegrato forse avrei capito, chissà, sarei di certo andata a zonzo con il cornetto acustico per il resto della vita ma magari avrei svoltato con più decisione. Sai che figurone avrei fatto. Figa, a testa alta e col cornetto acustico. La mia foto del profilo feisbucchiano avrebbe spaccato, come dicono i teenagers.

A proposito di puntualità, e di orari da rispettare, anche il mio orologio biologico forse era regolato male, o semplicemente era regolato basandosi su altri parametri che nulla avevano a che fare con la realtà contingente, con l’evidenza talvolta crudele e indifferente di essere un animale – seppur evoluto – con una data di scadenza ben precisa, impressa in zona ovaie. Ultimamente quando mi guardo la pancia ho la sensazione che dall’ovaio sinistro stia lentamente comparendo la scritta GAME, e su quello destro la scritta OVER. E mi hanno detto che siano entrambe indelebili, cazzo.

Come mi sento a questo riguardo, non saprei spiegarlo, non c’è un giorno uguale all’altro ma di base credo che la vita sia il semplice risultato delle scelte fatte, o non fatte e di epifanie reali o inventate. A volte sei triste al pensiero che non ti crescerà mai nulla nella pancia a parte una ciste ovarica, un fibroma da 1 chilo, una colite da record mondiale dopo aver abusato di frutti di mare. Pensi tra te e te perché ho perso questo tempo, perché ho aspettato quello giusto, perché quello giusto è un’invenzione di chi ha scritto le fiabe che ci leggevano da piccole e non un personaggio reale?

Altre volte sei piena e soddisfatta di non aver procreato un figlio, o di aver procreato altro, per esempio un blog, dipende. Non c’è mai un giorno uguale all’altro, almeno per me, e in ogni caso ci si deve convivere, a prescindere dal pensiero più cupo o più felice al riguardo.

Non è facile essere una donna, specialmente quando gli anni volano e ti passano tra le dita come granelli di sabbia e l’orologio biologico ti manda fax, e-mail, ti chiede l’amicizia su Facebook e ti twitta ogni 5 minuti “guarda che il tempo sta passando #tisiseccal’utero”. Non è facile per niente, credetemi.

Qui credo che noi donne ci dividiamo in due categorie: quelle che hanno l’epifania joyciana vera, e quelle che se la inventano al ritmo di “tic-tac”.

Nella prima categoria ci distinguiamo per la predilezione alla sincerità verso noi stesse e verso gli uomini che frequentiamo, non illudendoci e illudendoli solo perché ci hanno chiesto il numero di cellulare. Ci distinguiamo anche per la scelta di amori spesso difficili, per cui lottare quando sentiamo la famosa vocina che ci ha sussurrato nelle orecchie. Ovviamente, considerato l’esito spesso pessimo di questi amori, ci sarebbe da valutare anche che la vocina non sia la stessa che ha fatto bruciare quella svalvolata di Giovanna d’Arco come la torcia olimpica. Faceva tanto la splendida e l’hanno seppellita con l’aspirapolvere. Ragazze, però, che modo scenografico e fantasmagorico di andarsene.

L’alternativa potrebbe essere anche una pericolosa predisposizione alla schizofrenia e alla dissociazione psichica, per cui occhio alle vocine quando l’esito si rivela infausto.

Fatto sta che insomma, noi appartenenti a questa categoria, quelle del grande amore, quelle che ci devo credere, lo devo sentire nella pancia, spesso siamo quelle che quando è il momento di uscire, trovano il braccialetto, gli orecchini, ma non l’orologio. Biologico. Forse siamo distratte o forse lui non era quello giusto, per niente, e lo abbiamo capito subito, ma a volte ce lo siamo tenuto stretto per non sentirci troppo sole.

La seconda categoria di donne, è quella che si inventa le epifanie joyciane. A un certo punto dopo migliaia di twittate di utero, ovaie e ammennicoli vari, decidono che chiunque sia, sarà lui. Chissenefrega se ci piace o non ci piace, ci deve fecondare. I suoi serpentelli in brodo devono scodinzolare veloci come un fulmine verso le nostre ovette kinder. E chi si è visto, si è visto.

Non mi sento di giudicare questo tipo di donna, proprio perché essendo femmina anche io so quali siano i turbamenti, i pianti, i ripensamenti e gli “oramai”. So solo che io non sono così, e non lo sarò mai.

C’è poi una terza categoria di donna, quella che non indossa l’orologio. Biologico.

Le sta stretto, le segna il polso, non si abbina bene con la giacca e gli anelli.

Questa donna io la stimo, la ammiro, perché non è vittima delle infinite pressioni che le vengono fatte dal mondo, da sempre, da tutti, nei secoli passati e in quelli a venire ed è affermazione reale, epifania joyciana di se stessa. E’ lo schiaffo in faccia alla morale borghese, cattolica, alla biologia ed è un essere che afferma un diritto, quello di essere padrona del proprio corpo, la dea del tempio.

Io non apparterrei mai a questa categoria, perché l’orologio lo porto, magari nel taschino come gli uomini di tanti anni fa, ma lo porto e il giorno che si fermerà, ci sarà il mio blog a ricordarmi quanto e cosa ho procreato.

Si, perché sono una mamma felice, io.

Partorisco di continuo e senza dolore, alla faccia della mela rosicchiata nell’Eden dalla mia progenitrice, colei che porta lo stesso nome della fidanzata di Diabolik, per cui è una tosta, a prescindere.

Come donna, scrittrice e come blogger vivo travagli quotidiani, ho le nausee metaforiche ogni mattina e mi si rompono le acque (talvolta anche le palle, ma su questo scriverò un altro pezzo) al suono del mio personalissimo “tic-tac”.

Il mio orologio biologico è impietoso quando decide che devo scrivere, e malgrado la stanchezza nel buttare giù anche questo pezzo, la soddisfazione è tale che non mi capacito.

Mentre scrivo e penso a sviluppare l’idea, sento l’energia creativa muovere nella mia pancia, e sento che è viva e stiamo comunicando. Talvolta la stimolo con un po’ di musica, altre volte la accarezzo per farla sentire amata, e lei mi risponde riempendomi la testa di idee, battute ironiche, freddure e riflessioni tipiche di me. E quando il pezzo nasce e lo guardo bene, da vicino, non faccio che ripetermi guarda come mi assomiglia.

Capisco in quei momenti cosa voglia dire avere la pancia piena di vita e mi sento sorella, amica, fratella e mamma di tutte le donne del mondo, con orologio o senza.

Alla fine credo che la vera, unica, epifania, sia avere molta ironia. Perdonatemi la rima.

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Un commento

  1. Ciao Stefi sono Elisa! Ho adorato questo pezzo, è vero che ti assomiglia!!
    “Il mio orologio biologico è impietoso quando decide che devo scrivere, e malgrado la stanchezza nel buttare giù anche questo pezzo, la soddisfazione è tale che non mi capacito.”
    *__* Proprio verooo!!! 😀

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