Vasi comunicanti, altalene, amore


Stamattina mi sono alzata con questo pensiero in testa: il principio dei vasi comunicanti.

Si, lo so che non è normale (ma neppure io lo sono), e che il primo pensiero del mattino dovrebbe essere “Mi preparo un bel caffè”, oppure “Il mio uomo è un vero macho”, oppure “Ma perché ho sognato che mi sposavo col Papa?”.

Partiamo dal presupposto che non ho caffè in casa, e anche dal fatto che non c’era nessun uomo nel mio letto a farmi gridare al miracolo stanotte, che detesto il Papa e che ho sognato la solita persona che sogno da mesi per cui non mi stupisco più delle mie attività neurologiche notturne. Detto questo, cosa mi rimane se non pensare a due vasi che comunicano uno con l’altro? Ovvio, no?

Il principio dei vasi comunicanti è quel principio fisico secondo il quale un liquido contenuto in due o più contenitori comunicanti tra loro, in presenza di gravità, raggiunge lo stesso livello dando vita ad un’unica superficie equipotenziale. Non importa come i contenitori, o uno solo di essi, vengano riempiti, il livello del liquido contenuto sarà comunque lo stesso.

Ammettiamo che al posto di vasi si parli di due persone, e ammettiamo che queste due persone siano un uomo e una donna, o anche due uomini o due donne, etero o gay non fa differenza quando parliamo di coppie.

Siamo sicuri che il principio non valga anche per noi umani?

Quando siamo in coppia spesso si dice che diventiamo una cosa sola, o almeno così dovrebbe essere se non altro nel senso di estrema condivisione della gioia e solidarietà totale nei momenti di bisogno.  Per tante cose, anche no. L’indipendenza mentale e materiale credo siano due cardini su cui debba poggiare il rapporto di coppia, per cui meglio non diventare “una cosa sola” in tutto e per tutto, altrimenti si rischia di avere un solo pensiero, un solo modo di essere, una sola bocca con cui parlare.  Sai che noia? Eppure tante persone, specialmente donne mediocri, passivo-aggressive e mantenute economicamente, si vantano di essere una cosa sola con il proprio marito o fidanzato, come se dimezzare le proprie risorse a favore di un “uno” divisibile da un qualunque avvocato fosse un valore aggiunto anziché una rinuncia di una parte di sé. Spesso sono quelle che poi, sentendosi sole quando i figli sono a scuola e il marito fuori casa per lavoro, e sentendosi la “metà” di nessuno, cercano di compensare e arrivare ad essere “intere” almeno con l’istruttore della palestra, il dentista con la barca a vela, il veterinario che cura la cistite al gatto di casa. E forse il marito a quel punto è già una sola bocca e un solo orifizio con la sua segretaria.

Perdonatemi la divagazione, ma era doverosa perché è necessario distinguere tra coppie e coppie.

Nelle difficoltà, come dicevo, parlando di unioni solide e motivate, si deve pretendere di essere una cosa sola con l’altra persona, non ci sono alternative se si vuole avere un futuro degno di tale nome.

Ma quando il nostro compagno – marito o fidanzato che sia – è in difficoltà, siamo davvero capaci di non farci travolgere da quell’onda d’urto negativa e dare un sostegno che ribalti la situazione in positivo? Abbiamo davvero la tenuta necessaria per non crollare? Siamo stagne abbastanza?

Se all’interno di una coppia funzioniamo come due vasi comunicanti, è vero che il liquido versato in uno dei due riempie anche l’altro fino alla stessa altezza. Ammettiamo che quel liquido sia nero, molesto, tossico e velenoso e che si versi più o meno subdolamente nel vaso con cui comunichiamo. In presenza di gravità – quindi a meno che non si vada tutti a vivere sulla Luna siamo fottuti – questo liquido nero lentamente raggiungerà anche noi e ci livellerà a suo piacimento. Lo sentiremo arrivare a un certo punto, ne sentiremo anche l’odore e il rumore: la depressione, gli stati d’ansia, la paura, i problemi in genere hanno l’odore metallico della ruggine e stridono come la frenata di un treno sui binari, percepita a chilometri di distanza, però. Perché sono stati mentali subdoli, maligni e non vogliono farsi sentire davvero mentre stanno arrivando, non vogliono essere anticipati e magari respinti, vogliono arrivare in punta di piedi e coglierti di sorpresa, facendoti intuire lo stridio del treno, ma senza che tu il treno lo veda arrivare.

Ricordo una puntata del mio amato Sex and the City dove la protagonista a un certo punto afferma che quando il tuo uomo è giù, tu devi stare su per compensare. Sono d’accordo, ma come si fa se all’interno di una coppia ci comportiamo come vasi comunicanti? La fisica ci impone di riempirci allo stesso livello e di accettare il liquido che è entrato, molesto, da quel buchino così vicino a noi.

Però, a pensarci bene, quella legge fisica non ci impone di essere passivi, di non reagire. Noi siamo esseri umani, fatti di nervi, carne e cervello. E siamo reattivi.

Credo che a quel punto ci dobbiamo trasformare, evolverci a un livello superiore.

E diventare altalene.

Di quelle con i due sedili agli estremi di un asse di legno.

Di quelle che se non ti tieni saldo con le mani e il tuo compagno pesa il doppio di te, tu prendi il volo come un piccione in piazza San Marco. Cosa poco estetica, mi è capitata, io peso sempre la metà di qualcuno.

Se il tuo compagno è giù, dunque, è matematico a quel punto che tu sia su e per riportare la situazione a un livello di equilibrio, non ci sarà altro da fare che muovere le gambe, il cervello e il cuore.

Forse basterà che lui spinga un po’ sui piedi e allunghi le gambe, che reagisca per avvicinarsi al tuo livello, e che nel suo farti scendere non voglia trascinarti ma solo coinvolgerti, spiegarti perché, alla fine, prima di diventare altalene eravate pur sempre vasi comunicanti, no?

E forse basterà che tu, usando il cervello e il cuore – grave errore usarne solo uno dei due – lo ascolti in silenzio e lo scrolli come il sacchetto con dentro i numeri della tombola, che magari esce il numero giusto e fate cinquina. E nell’ascoltare, scrollare, discuterne, tu ti accorgerai che stai scendendo non verso il basso – non facciamoci ingannare dalla gravità – ma verso un punto di equilibrio dove ci si guarderà dritti negli occhi, entrambi con i piedi a penzoloni come due bambini che, alla fine dei conti, vogliono semplicemente giocare insieme.

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3 commenti

    • Fu…i rapporti umani sarebbero molto semplici, li complichiamo noi con le nostre infinite paturnie, credendoci eterni e immortali… potrei scriverci un romanzo altro che post. baci e grazzzzzzzie

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