Mangiami con le mani


Un mio ex fidanzato, tipico esemplare della Genova bene,  aveva l’abitudine di mangiare tenendo gli avambracci ben appoggiati sul tavolo, la schiena ben dritta e masticando il cibo a ritmo lento ma costante. Ma soprattutto teneva le pietanze nel piatto ben separate una dall’altra in modo che i sapori non si mischiassero. Teneva anche la bocca chiusa a tavola mentre mi parlava ed io non ho mai capito come facesse, avendo verificato che sotto al tavolo non c’era nessun ventriloquo né avesse un’altra bocca nascosta in qualche remoto angolo del suo corpo. O che parlasse con altri orifizi. Che orrore.

La separazione dei cibi era fondamentale per lui, come quella dei beni in caso di nostro matrimonio. Sembrava che una bistecca contaminata col sapore di un pomodoro o di una patata fritta potesse ucciderlo di schianto, tanto teneva il tutto a distanza di sicurezza. Pareva terrorizzato dal rischio di inquinamento biologico ed ero arrivata a pensare di regalargli un piatto da portata, uno di quelli da mettere al centro della tavola, visto che uno normale non bastava più. Mangiava geometricamente, creando circonferenze inquietanti davanti ad un’attonita me che, al contrario, adora mischiare i sapori e mangia – polli e quel che si può – con le mani.

Questa circostanza mi portò a riflettere su conseguenze, analogie e attinenze.

Una conseguenza sarebbe stata l’acquisto di un tavolo più grande per farci stare i suoi piatti, uno di quelli da giardino con l’ombrellone piantato in mezzo, ma a quel punto avrei anche dovuto acquistare una casa più grande perché nella mia cucina non c’era abbastanza spazio. Avrei dovuto quindi chiedere un nuovo mutuo, donare un rene e un pezzo di fegato, cuore, polmoni e frattaglie alla banca, e aspettare a quel punto di spegnermi serenamente – privata di diversi organi vitali – nella mia nuova casa arredata con un tavolo da giardino, misure otto metri per quattro.

Ho preferito quindi lasciarlo (il ragazzo tra una portata geometrica e l’altra applicava matematicamente corna sulla mia testa), e questo accadde un bel giorno mentre eravamo appunto seduti a tavola. Dopo mille peripezie mentali che mi portarono quasi all’esaurimento, la visione di come teneva la forchetta – con la punta delle dita verso la sua estremità, come se gli facesse schifo o fosse infetta dal vibrione del colera – mi diede il colpo di grazia e decisi che era venuto il momento di dire fine alla nostra storia, alle corna lumachesche che avrei coltivato sulla mia testa come tulipani in Olanda, e alle ipotenuse costruite nei miei piatti Ikea.

In realtà la mia testa cornuta viaggiava per analogie e le insoddisfazioni erano legate a ben altro. Forse le corna fungevano da antenne perché colsi segnali elettrici ben precisi tutto intorno a me.

Il modo in cui mangiava era identico al modo in cui faceva sesso, con l’unica differenza che non c’era bisogno di un letto tanto grande per fare ciò che faceva lui con me. Nessun grande cerchio, nessuna somma dei quadrati costruiti sui cateti in questo caso. Ordine e disciplina, ordine e disciplina. Sembrava indossasse la cravatta anche in quelle circostanze e, quel che era impressionante, non si spettinava mai. Il suo ciuffetto era sempre al suo posto, a prescindere dalla coreografia prescelta, mentre io sembravo Medusa scampata ad un incendio. Forse avrei dovuto chiedergli la marca della lacca che usava, chissà, fatto sta che dopo di lui ho sempre scelto uomini spettinati almeno quanto me.

Comunque sia, questa grande storia d’amore finì, ed io riuscii a non cambiare casa per colpa dell’ingombro delle stoviglie, ma mi rimase la divertente mania di fare analogie tra il modo in cui le persone si comportano a tavola e il modo in cui me le immagino a far acrobazie nel talamo. Iniziai a notare con sempre più interesse il modo in cui le persone – uomini e donne – mangiavano, gustavano e si approcciavano al cibo. Era come andare in trance, calarmi in una sorta di astrazione mentale che un occhio attento avrebbe potuto carpire cogliendo il mio sguardo da pesce lesso. I miei commensali parlavano, io non li ascoltavo ma li osservavo e me li figuravo a letto, coreografie e musica comprese, paroline o parolone pronunciate nei momenti topici, silenzi e sguardi carichi di pathos o di noia. Non che io fossi una maniaca, forse ero solo traumatizzata pesantemente dal ciuffo immobile dell’ex fidanzato e dalle sue doti di ventriloquo, sta di fatto che divenne un’abitudine che ancora coltivo, ma che non pratico sempre, solo le prime volte che mi capita di cenare con qualcuno, poi mi abituo a stare su questa terra come tutti i cristiani, evitando astrazioni sessuali e fantasie gastroerotiche e limitandomi a gustare la cena.

Diventando adulta, quindi mentalmente più libera e meno timida, ho capito che il sesso, anche quando è dettato dall’amore – il mio preferito – è un lavoro sporco, inutile girarci intorno. Le persone che non sporcano il piatto, il lavoro sporco non lo fanno nemmeno a letto, e ho il sospetto che non lo lascino fare nemmeno al partner perché non si fanno coinvolgere, non sono libere. In certe circostanze deve uscire la belva che c’è in te, sperando sempre che la tua belva non sia un criceto che gira nella ruota, sennò sei fritto.

A questo proposito, solleverei dei dubbi sui seguenti soggetti:

Quelli che mangiano il pollo, la pizza, sgusciano i crostacei e mangiano gli spiedini con le posate, che levano la pelle dalla fetta di salame con forchetta e coltello: forse mi sbaglio e codesti soggetti potrebbero essere solo più puliti, disciplinati e magari meglio educati di me, ma ho l’impressione che a letto usino solo la punta delle dita, come se strimpellassero una chitarrina per bambini, plin, plin plin, mentre nel sesso, in quel lavoraccio sporco, ci devi infilare le mani e le braccia fino al gomito. Tra questi soggetti si annoverano anche quelli che non sporcano mai il tovagliolo, anche se sono a una cena da dodici portate, quelli che non emettono umori, quelli senza saliva e quelli che hanno un meccanismo ai lati delle labbra che impedisce ai residui di cibo di soffermarvisi. Io sono una da foglia di rucola in mezzo ai denti, per cui parlo solo per invidia.

Facendo vagare un pò la mia fantasia perversa mi vengono in mente anche quelli che mangiano solo cibo dai delicati toni pastello, tipo mozzarelline, risottini anemici col grana, cavolfiori bolliti, zuppe color merda e formaggi magri, apatici e spenti. Quei cibi che quando apri il frigo sembra che ti dicano non mi sento tanto bene oggi, mi sento inutile, potresti mangiarmi e porre fine alla ma agonia? Farei una premessa: chi è a dieta non conta perché è obbligato a mangiare cibi depressivi in dosi omeopatiche. Esclusi questi ho come l’impressione che i restanti a letto si muovano lenti e disinteressati tipo bradipo, che esplichino il compito come automi, e che si avvicinino al partner ritmati da un mantra che fa più o meno così: godi poco poco che fa male, godi poco poco che fa male. Anzi, non godere. Potrei sbagliarmi, ma io immagino già la scena e rido (con la foglia di rucola in mezzo ai denti).

Quelli che proprio mi lasciano perplessa sono quei soggetti che si abbuffano di tutto indistintamente e in pochi minuti: zero selezione, zero scelta, tutto va bene purché sia commestibile e mi trasmettono la sensazione che ci sia della volgarità latente che a letto farà capolino con battute da camionista e gesta da portuale ubriaco. Vale anche per le donne. Tra l’altro, il finire tutto in pochi minuti è sempre sintomo di maleducazione, sempre.

E per finire gli anticristo sulla terra, i disumani, gli alieni ossia quelli che non amano il cibo ma che mangiano solo per nutrirsi.

Io dico che se non ami introdurre niente di buono nel tuo corpo, è perché non ami introdurre o far introdurre nient’altro di buono nel tuo corpo.

E ho detto tutto.

Stendo un velo pietoso e vi auguro buon appetito.

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12 commenti

  1. fantastico confermo tutto quello che affermi chi non ama mangiare non ama in generale io li chiamo gli stitici e ti dirò che anche se devi essere a dieta c’è differenza fra chi ama e chi non ama, lo si vede da come si approccia a tavola da come si muove, riesco a sporcare il tovaglio anche se mangio insalata e bistecca. sai scrivere molto bene, mi piace leggerti a presto.

  2. Posso dire senza ombra di dubbio che sono pienamente d’accordo con te anche perchè l’ho sempre pensato anche io. Non per niente spesso il cib buono e ben gustato è associato a coinvolgimenti erotici.
    Mentre leggevo del tuo ex ho subito pensato “come ha fatto a stare con uno così”? E poi infatti l’hai mollato.. hai aspettato fin troppo!

  3. Che bello quello che scrivi! Sono capitata qui da Blogghiamo e mi sto divertendo molto a leggerti. Fino ad un certo punto la mia vita somigliava alla tua (single, mutuo, sfighe, uomini difettosi…) adesso invece sono rientrata nei ranghi, per così dire, sposata e mamma…non necessariamente in quest’ordine. Questo post sul cibo e sesso lo condivido in pieno. Le persone schizzinose a tavola, scopano male. E’ sicuro. E quelli che trangugiano tutto in fretta invece pure. Mio marito ha detto che si è innamorato di me quando mi ha visto mangiare i gamberoni…

    • Ciao Annalisa! Sono felice che tu ti diverta leggendo i miei pezzi, spero di trovare pure io un uomo che apprezzi il mio modo di mangiare i gamberi 🙂 tuo marito è uno troppo avanti, tienilo ben stretto ehehe 😉 resta sintonizzata, ci faremo altre risate e altre riflessioni insieme. grazie ancora!

  4. Ma che ridereeeeeee!!
    Io rientro nella categoria dei “soggetti che si abbuffano di tutto indistintamente e in pochi minuti” ahahahha e infatti ogni tanto una battuta da camionista mi scappa auhauahahu

    Bravissima Stefi un abbraccio!!! 😛

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