E tu, cosa sei disposto a fare?


Non sono più una ragazzina, non sono più nemmeno una ragazza a dirla tutta.

Sono una donna, una giovane donna, in cerca di un senso.

La vita corre sempre più veloce, eppure mi sento lenta, come molti di noi, impotente spesso nei confronti di ciò che mi capita intorno e che mi faccio capitare. La sensazione di portarmi appresso uno zaino troppo pesante, zeppo delle esperienze che ho fatto, mi coglie spesso e la destinazione dove potrò posarlo e riposarmi temo sia ancora lontana.

Penso spesso alla felicità.

Vogliamo tutti essere felici, anche se non lo diciamo apertamente, e a volte non lo vogliamo neanche pensare perché ci sembra di chiedere troppo e di scatenare l’ira degli dei. Ma che male c’è ad ammetterlo, a dire che in fondo vogliamo “l’erba voglio” quella che non cresce nemmeno nel giardino del re?

Siamo transitori su questa terra, il tempo è limitato – più o meno – per tutti noi eppure nell’apparente affanno delle nostre giornate, nelle corse a fiato corto per non perdere il treno, per arrivare in tempo alla riunione, per entrare presto nelle nostre case, a volte vuote, io colgo una lentezza di fondo, la lentezza di chi tergiversa, rimanda, traccheggia perché pensa di essere immortale, eterno. Eppure i gesti che facciamo, le parole che parliamo, i rumori che sentiamo, le cose che vediamo sono un numero ben preciso, calcolato da un elaboratore che porta il nostro nome e che ha un display enorme per contenere ogni nostra azione terrena, ma non ci vogliamo pensare, anzi, non ci vogliamo credere. Ci sarà un numerino per ogni nostra cosa fatta che sarà anche l’ultimo, ma non ci crediamo davvero.

Memento mori, veniva detto ai generali dell’antica Roma quando – dopo il successo in una campagna militare – rientravano nella città eterna a raccogliere gli onori dalla folla e a farsi celebrare come eroi. C’era un incaricato, un servo dei più umili, che era lì solo per sussurrare “ricordati che sei mortale” nelle orecchie del generale, in modo che questi non si facesse dominare dalla superbia per i successi ottenuti e ricordasse il senso transitorio della vita. Era il display col numerino.

D’altra parte esiste anche la reazione inconscia a questo pensiero ancestrale – credo che si chiami spirito di conservazione, o di sopravvivenza – ma se da un lato ci preserva dall’idea che prima o poi sarà game over, nello stesso tempo è un bel trucchetto, un inganno escogitato dalla nostra mente pregna di memorie, esperienze pregresse e infauste previsioni per farci, appunto, tergiversare e spesso sbagliare direzione quando ci troviamo ad un bivio nella nostra vita. Quante volte ci siamo detti e vabbè è andata così, e cosa ci vuoi fare…e vabbè, oramai è così… Quante volte abbiamo scelto un ripiego perché più rassicurante di una svolta? Dietro a queste scelte malfatte, non c’è forse dietro questo gioco di prestigio della nostra psiche contorta che, con pregiudizio, prende come vere le sole previsioni nefaste? Peggio di una cartomante, iettatrice e miope, che legge il futuro usando tarocchi color merda.

Spesso ci lamentiamo che le cose non vadano come desiderato, che il risultato è ben lontano dall’obiettivo prefissato e questo ci fa cadere in depressione, in ansia e ci lascia con un senso di impotenza profondo.

A me capita e sta capitando, e non posso fare a meno di chiedermi Cosa ho fatto perché ciò accadesse? Se si tratta della mia di vita, posso essere totalmente estranea all’ esito? Non penso proprio. Io temo che parte del problema è che ci facciamo le domande sbagliate, e se queste già portano dentro il seme dell’errore, figuriamoci allora le risposte.

Ogni volta che ci prefiggiamo una meta, sia essa personale, professionale, forse dovremmo agire di prevenzione e farci la domanda delle domande: Cosa sono disposto a fare per ottenerla?

E di seguito Fino a che punto mi voglio spingere per allungare la mano e afferrare quel lavoro, quella persona, quelle cose che danno senso a ciò che sono?

E ancora Che rischi sono disposto a correre per arrivarci così vicino da mordergli il culo a ‘sta svolta?

Forse l’assunzione del rischio è la chiave. E la serratura è la paura. Aperta la porta, davanti a noi le infinite svolte.

I cambiamenti e le scelte penso che ci destrutturino a fondo, ci mischino i pezzi, per questo fanno paura. Ma lo fanno per ricostruirci nuovi, non è per cattiveria. Nasciamo pensando che siamo fatti di un unico blocco massiccio che deve rimanere intatto per tutta la vita, ma in realtà siamo composti di tanti piccoli pezzi che di tanto in tanto vanno mescolati, altrimenti si appiccicano e creano un tappo inutile che ostruisce le azioni e i pensieri. E produce stasi, l’opposto della transizione.

La paura, invece, ci avvisa che qualcosa all’orizzonte sta arrivando, lei in un certo senso ci è amica, confidente, perché ci conosce fin da quando eravamo bambini e ci raccontavano dell’uomo nero nascosto sotto al letto. Non ci ha mai abbandonati veramente, ci ha fatto conoscere migliaia di uomini neri, travestiti da famiglie difficili, lavori sbagliati, storie d’amore devastanti, malattie, desideri infranti, eppure siamo qui, siamo sopravvissuti per dimostrare che la sappiamo affrontare ed evolverci tramite lei. Che è una compagna a volte assente a volte fin troppo invadente, ma è comunque una nostra socia in affari, ed è sempre con noi, che lo si voglia o no.

La paura è’ il led rosso che si illumina (e con esso nelle mie fantasie suona pure la sirena) e che ci avverte dell’imminente pericolo, ma il pericolo – talvolta – è quello di essere felici.

Felici e pieni. Mescolati e ristrutturati.

E’ un po’ come se, arrivati in un paesino ricco di colori, profumi e sapori nell’aria,  addobbato a festa, ci trovassimo davanti ad un edificio elegante, coi fiori a cascata dai davanzali ed una bella insegna luminosa con scritto FELICITA’ in bella mostra, ma noi ci soffermassimo davanti ad un cartello poco leggibile, piccolo, coperto di polvere con scritto PERICOLO e girassimo i tacchi.

E quando abbiamo paura di cambiare e rischiare di essere felici, siamo fottuti, senza che nemmeno la vita ci abbia sfilato i pantaloni.

Perché non ci ha fottuti lei, ci siamo fottuti da soli.

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2 commenti

  1. mi piace quello che dici e come lo dici.
    è vero, siamo fatti tanti piccoli pezzi. tempo fa un amico mi invitò a dare ascolto e voce alle minoranze dentro la mia testa. da allora cerco di ricordarlo e di farlo: anche quando la razionalità cerca di sopraffarre i piccoli cori dissidenti che potrebbero portarmi fuori dai percorsi abituali.
    grazie per le tue belle riflessioni

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