Compleanni, karma e birra (la debolenza)


Due settimane fa al supermercato mi sono tirata addosso una confezione piena zeppa di buste di salmone affumicato. La mia amica Fulvia mi ha lanciato un’occhiata tra lo sconcertato e il divertito. E forse il compassionevole.

Settimana scorsa nello stesso supermercato dopo aver lanciato una confezione surgelata di surimi nel carrello, questo ha fatto esplodere una lattina di birra. La birra mi ha lavata dalla testa ai piedi, occhiali compresi. Un’anziana signora che ha assistito alla scena mi ha chiesto “Ma è latte?“. Tenera, dolce signora che pensava profumassi come un bebè. Puzzavo come un alcolista e anche lo sguardo era un po’ quello lì. Quello di chi si chiede dove la porterà questo karma che da tempo è perverso. E quanto si divertono i commessi del supermercato quando la vedono entrare.

Il mio amico Angelo sostiene che siano segni ben precisi del destino che mi invita a diventare vegana e astemia, ma io non ci credo. Non credo al destino, credo che noi siamo il nostro destino, credo nel divorare salmoni come un orso Grizzly (lo so, ci devo lavorare su questo, ma per ora è così) e nel bere alcool fino a scoppiare.

Che poi al destino, al karma e a tutte le varie incognite della vita, ci penso, eccome, soprattutto in questi giorni.

Tra due giorni, infatti, è il mio compleanno. Il numero quarantatre.

Fossero quarantaquattro come i gatti in fila per sei col resto di due mi piacerebbe di meno perché sarei più vecchia, ma anche di più perché a me piacciono i numeri pari. I numeri dispari li ho sempre trovati fastidiosi e asimmetrici, mi sembra che ci sia un pezzo che avanza, mi hanno sempre dato fastidio.

Facendo un bilancio degli ultimi anni, comunque sia, pari o dispari non è stato tutto facile.

Tirarmi addosso salmoni e affogare nella birra non è stata la cosa peggiore accaduta ultimamente, a dire la verità. Che poi affogare nella birra a me piace, chi mi conosce lo sa, però mi piace essere innaffiata da dentro e non da fuori. Poi, per osmosi alcolica, da fuori si capisce benissimo che dentro mi sono intossicata ed il limite tra ciò che vorrei fare e ciò che faccio si fa sempre più labile, producendo ilarità varie e discorsi strampalati. In stato di osmosi alcolica è tutto più chiaro e allo stesso tempo più confuso, una sorta di trance razionale dove smetti di farti domande impegnative ma hai molte risposte in tasca, mica male.

Il problema è che normalmente non smetto mai di farmi delle domande. Credo sia legato all’età, e il problema più grande è che trovare le risposte non è per nulla semplice. in certi giorni è come avere una specie di segretaria immaginaria nel cervello, una isterica con problemi di alitosi che ogni cinque minuti ti bombarda ricordandoti gli appuntamenti facendo presente che ne hai mancato alcuni importanti solo per colpa tua perché lei te li aveva segnalati. E tu la mandi a quel paese, sbattendole la porta immaginaria in faccia, ma sai che in fondo non ha tutti i torti. Allora riapri la porta immaginaria per scusarti e lei è lì con gli occhiali spiaccicati sulla faccia per colpa del frontale (le segretarie isteriche portano sempre gli occhiali) e con lo sguardo di chi sa che lo scemo sei tu, mica lei.

Pare che a un certo punto della vita tu debba per forza dare un significato a tutto quello che fai, e il bello è che dovrebbe essere così fin dalla nascita. E, cosa peggiore, vuoi dare un significato a tutte le cose che hai fatto in passato.

Molte persone dicono che tutto quello che abbiamo fatto, la famosa “esperienza”, serva a qualcosa. Ma fatemi il piacere.

Io più che altro penso che facciamo un sacco di cazzate che travestiamo da scelte consapevoli o meno, solo per non ammettere che spesso di cazzate si tratta. Se fosse matematica l’addizione “cazzata + tempo” darebbe come risultato “esperienza”. Si perché col passare del tempo, guardando indietro con lo specchietto retrovisore della nostra psiche ballerina, abbelliamo gli errori mentre li raccontiamo e li rendiamo piacevoli, pregni di sostanza come i cannoli siciliani. Ma se per un attimo smettiamo di mentire a noi stessi e diamo un bel morso, il passato si sgretola e i suoi pezzi ci cadono addosso smerdandoci il vestito della festa.

Probabilmente l’essere umano è fatto per sopportare molto peso lungo il suo percorso terrestre, ma reggere il macigno dei propri errori o delle occasioni mancate, quello è uno sforzo, appunto, sovrumano. E allora mistifichiamo per non ammettere che esperienza spesso fa rima con scemenza, incoerenza, indolenza.

E con “debolenza”.

Come regalo per il mio compleanno conierei un nuovo termine “debolenza”, cioè la presunta esperienza come somma di cazzate fatte solo per debolezza, per l’incapacità di svoltare, per la paura di affrontare cose e persone nuove, per la resistenza nella “lamentanza” (altro termine coniato da me).

Me lo regalo per ricordarmi che mi posso ribellare a lei, che posso sempre svoltare, che è tutto nelle mie mani, non nelle sue.

Me lo regalo per ricordarmi che certe cose non mi servono.

Per ricordarmi che certe persone non mi servono.

E che certe scelte fatte sono errori da non ripetere.

E per ricordarmi che se sei troppo bassa per prendere una busta di salmone che è su quello scaffale lì, quello in alto, devi assolutamente chiamare un commesso.

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