Horror vacui


E’ la paura del vuoto, degli spazi disadorni, dell’ambiente scarno. E’ anche paura del silenzio inteso come assenza di parole che lo riempiano.

La vita si alterna tra pieno e vuoto continuamente, in un susseguirsi di momenti che ci fanno oscillare dall’abbondanza di certi segmenti di vita alla desolazione di altri, attribuendo automaticamente un valore positivo ai primi e uno negativo ai secondi, come se il nostro equilibrio dipendesse sempre e comunque dal riempire gli spazi vuoti. Come funamboli su una fune e senza rete di protezione teniamo lo sguardo lontano dal vuoto che potrebbe ingoiarci e andiamo avanti dimenticandoci che nasciamo “vuoti”, che è la condizione di partenza di ogni essere e che non è necessariamente la mancanza di qualcosa. Sta a noi, poi, nel corso della vita “arredare” il nostro spazio con tutto ciò che ci pare.

I nostri gesti di base, quotidiani, non sono forse un costante tentativo di riempimento del nostro corpo e del nostro animo? La natura stessa di esseri viventi ci impone di nutrire il corpo per sopravvivere e allora mangiamo e ci riempiamo la pancia, ma dato che siamo fatti anche di anima leggiamo o ascoltiamo un pezzo alla radio, guardiamo un bel film e ci riempiamo la mente, poi facciamo l’amore e ci riempiamo i sensi. Amiamo e ci sentiamo pieni. Al contrario, quando non abbiamo un oggetto cui rivolgere il nostro interesse, i nostri sforzi, ci sentiamo sempre un po’ più vuoti, soli, perché vogliamo avere un riscontro esterno dei nostri sentimenti, uno specchio che ci rimandi un’immagine di noi bella piena, tonda.

La solitudine è una delle espressioni di “vuoto” che ci terrorizzano di più e che rifuggiamo nella paura di esserne risucchiati e di dover affrontare un silenzio insopportabile che potrebbe costringerci a pensare. La solitudine intesa come sentirsi soli, più che esserlo veramente, può essere devastante, e ci spaventa tanto che noi umani spesso cerchiamo soluzioni facili o scorciatoie per evitarla col rischio di peggiorare la situazione. E’ un atteggiamento pericoloso – lo dico per esperienza – che ci fa scegliere compagnie sbagliate, amori sbagliati, e ci condanna a tormenti peggiori che l’essere banalmente “soli”. Forse sopravvalutiamo troppo la solitudine esteriore (non ho un marito, non ho una moglie, non ho tanti amici) e ci dimentichiamo di quella interiore, che penso sia il vero ago della bilancia e che deriva da dinamiche ben più complesse dall’avere o non avere una o più persone accanto.

Tempo fa parlando con un amico che da poco viveva da solo rimasi colpita dalla sua paranoia di essere l’unico abitante di quelle quattro mura e di dover cenare da solo. “Mi viene una tristezza…” mi disse, il che mi sembrò troppo, abituata come sono io a mangiare solo saltuariamente in compagnia dato che da sola ci vivo da anni. Poi ho pensato che quel mio amico aveva una relazione malata con una donna sposata e che forse il problema non era mettere un piatto in tavola anziché due, ma sapere che ogni sera lei apparecchiava la sua tavola per un altro.

Penso anche a un’amica che tempo fa, lasciata bruscamente da un fidanzato perenne indeciso, mi disse che la sua ossessione in quel momento era rimpiazzarlo prima possibile con un altro, riempiendo – testuali parole – quel vuoto che lui aveva lasciato, attribuendo quindi una valenza materiale a una mancanza mentale, spirituale.

A volte il vuoto di amore può essere insopportabile, non semplicemente l’assenza di un partner, ma la sensazione di non sentirsi amati da nessuno. L’anoressia, per esempio, malattia dell’anima ed espressione clinica per eccellenza del bisogno non soddisfatto di amore, riduce le sue “vittime” a pelle e ossa, vuote appunto, rimpicciolendole al punto tale da farle diventare vuoto esse stesse. L’amore è necessario per la vita, e la vita va riempita di mille esperienze, ed è un nostro dovere, prima di tutto, darle un senso attraverso esse. L’amore è energia, e come ogni forma di energia è un motore che promuove infinite azioni e penso debba partire come amore verso noi stessi, come scintilla che parte da noi per esplodere verso l’esterno e propagarsi al mondo.

Il vuoto, al contrario, nelle sue mille espressioni apre squarci dolorosi nella nostra carne e ci infila le dita dentro per vedere quanto siamo in grado di sopportare. Davanti al vuoto diventiamo tutti esseri piccolissimi, bambini impauriti che chiamano la mamma per paura di essere abbandonati, ma forse dobbiamo allenarci anche ad affrontarlo, a guardarlo negli occhi e sopportarlo per un po’, coscienti che dipende da noi, solo da noi, tornare ad avere la pancia piena.

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4 commenti

  1. Brava Ste, molto bello questo pezzo e terribilmente vero….e pensare che il ‘vuoto’ è l’unico mezzo che abbiamo per capire chi siamo davvero. Soltanto quando ci lasciamo avvolgere dal vuoto e gli permettiamo di annullare le sovrastrutture, i luoghi comuni, le false credenze ed i finti bisogni con i quali spesso ‘riempiamo’ le nostre vite, solo allora possiamo percepire chi siamo ed intuire la direzione.

  2. Brava Stefy! E’ vero, in genere si tende al riempimento. La situazione peggiore, secondo me, è sentirsi piene quando in realtà si è vuote, ma prima o poi te ne accorgi ed è allora che tutto precipita.

    • Grazie Mary, come sempre. La cosa brutta è quando te ne accorgi ma fai finta di niente, ti metti una bella maschera e vai avanti. io l’ho fatto tante volte e il risultato…bé lasciamo perdere…grazie ancora.

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