La sindrome di Enrico VIII


In queste ultime settimane mi sono appassionata a una serie televisiva ispirata ai Tudors e, in particolare, alla vita di Enrico VIII. Tenendo presente che sicuramente in una fiction vengono inseriti anche elementi di pura invenzione letteraria, tanto per dare più corpo agli eventi, è stato interessante fare un ripasso di storia inglese, un piccolo corso accelerato che mi ha portata ad una constatazione di alto valore intellettuale: Enrico VIII era un grosso pezzo di merda.

Un omino fasullo, forte del nascondersi dietro ai privilegi che la sua posizione gli garantiva fino al punto di far uccidere chi gli dava noia come la sabbia nel costume, vigliacco al punto da far giustiziare chicchessia inventando calunnie e menzogne meschine che definire semplicemente “false accuse” le eleverebbe a un livello morale troppo alto. Un infamone, molto abile nel manipolare le persone di rango inferiore in un’epoca di grande ignoranza che portava al rispetto delle gerarchie fondamentalmente per paura e un frainteso senso di riverenza.

Un omuncolo dei nostri tempi, a tutti gli effetti, molto somigliante ad alcuni nostri governanti e ai potenti di tutto il mondo che moralmente stanno di una tacca perfino sotto a Hitler.

Un omino per niente avvezzo a gesti plateali: se il suo pensiero è divorziare dalla moglie, lui che fa? Scisma dalla chiesa che non glielo concede. Chi di noi non l’avrebbe fatto? Ora vuole divorziare dalla nuova consorte? Bè, basta accusarla di stregoneria (non gli sa dare l’erede maschio, la stronzetta) di tradimento (detto da lui la risata è assicurata) e farla decapitare pubblicamente per lavare l’onta e trastullarsi nel talamo con la prossima sfigata prescelta. Un omino di basso profilo, uno che smorza gli eccessi, uno che non si fa notare. Peccato non averlo conosciuto. Col mio carattere e la mia lingua mi avrebbe tagliato la testa al primo incontro con l’ombrellino del mio cocktail e l’avrebbe usata come vaso per i gerani.

Eh si, perchè la sua passione era la decapitazione. Quando il ciccione gottoso diventava incapace di dominare gli istinti dei suoi mutandoni impazziti chiudeva la sua relazione a colpi di accetta. Ebbè??? Che c’è??? direbbe lui. L’unico effetto collaterale positivo di questo gesto era dimostrare ancora una volta che la donna in questione era decisamente più dignitosa di lui nell’uscire di scena con orgoglio, accettando il proprio destino a testa alta, finché di testa ne possedeva una.

Vedendo donne che secoli fa perdevano la testa per un uomo che non meritava nemmeno che perdessero un’ora di sonno per lui, mi sono chiesta come mai – è innegabile – spesso noi donne intelligenti perdiamo noi stesse inseguendo una persona che non ci merita. E non intendo non ci merita perché noi siamo migliori di lui, ma il non meritare il rispetto, la costanza, la dedizione dimostrando grettezza, menefreghismo e profonda ignoranza dei rapporti umani di base senza tuttavia avere le palle per chiuderlo, il rapporto. Forse perché questo Sovrano del Regno di Topo  Gigio non ha nessuno che lo chiuda per lui, non ha il boia che faccia il lavoro sporco. O forse perchè uno così le cose le sa fare in un unico modo: male. L’alternativa, se viene offerta, è chiudere la relazione in modo traumatico, infantile, destabilizzante come un colpo d’ascia tra capo e collo.

Un mea culpa va fatto, perché i segnali di un rapporto sadomaso o comunque sbilanciato a favore del solito narcisista arrivano presto e magari sarebbe buona regola fare le valigie non appena il sintomo si manifesta. Eppure in tante siamo state lì ad aspettare finché l’esasperazione non ci ha finalmente portate via da quel posto molesto dove l’asino pensa di essere un dio sceso sulla terra.

Noi donne, sempre con quel malsano retropensiero di poter cambiare un uomo.

Più facile cambiargli i connotati con un cric, si potrebbe dire, ma visto che sono contro la violenza, dico che è meglio cambiare l’asino con un cavallo di razza.

C’è da dire, però, e qui spezzo una lancia a favore di noi femminucce, spesso è facile cadere vittima di un personaggio del genere perché normalmente – da buon narcisista – si sa vendere molto bene. Parole giuste, il gesto giusto, la dolcezza, l’assoluta apertura mentale, lui che certe cose a una donna non le farebbe mai perché è un buono, l’empatia.

Poi, però, arriva un bel giorno che tira fuori l’alien dalla panza, quello che apre la bocca dentata e come una matrioska ne esce un’altra più piccolina, bavosa e ancora più incazzosa, ed ecco lì che ti ritrovi con in mano il suo gemello diverso che dopo averti fatto sprofondare nella storia fino alle orecchie, pretende di liquidare il tutto comportandosi come un estraneo, uno di quelli che Scusi ci conosciamo? (Inizia subito col darti del “lei” per prendere le distanze) Scusi ma cosa ci faccio io nel suo letto, mi ha forse rapito? Scusi ma come mai lei è così incinta di mio figlio? No, guardi che forse ha capito male. Si domenica ci sposiamo ma non è mica una cosa seria e comunque non so se vengo perché vado per quaglie con mio zio.

Gli uomini mi piacciono, e tanto, mi piace stare con loro e mi piace anche il fatto di essere molto diversi ma complementari, di confrontarmi, ma ultimamente parlando con le amiche mi capita troppo spesso di trovarmi ad ascoltare storie allucinanti che nulla hanno a che fare con una relazione sana ma assomigliano fin troppo a un film già visto. Quello dove c’è una vittima e un carnefice. Tanti Enrichi Ottavi e tante Anne Bolene pronte a offrir loro la testa.

Mentre sto scrivendo è il 25 novembre, giornata mondiale per dire basta alla violenza sulle donne, e mi viene da pensare che siamo noi le prime a dover evitare di farci violenza. Evitando di farci andare bene storie usuranti e senza seguito, amanti mono, bi e tripolari travestiti dall’incredibile Hulk, uomini violenti anche solo verbalmente (ricordiamoci che da cosa nasce cosa e che da questa merda non nascono primule o violette), uomini che si nascondono dietro a titoli, professioni affascinanti, uomini che mimano atteggiamenti manageriali coi pollicioni alzati ma poi dentro hanno un pulcino Pio incazzato col mondo.

Spogliamoli una volta tanto non per andarci a letto ma per vedere cosa c’è sotto veramente, e scopriremo che chi fa tanto la voce grossa per sottometterci spesso è solo un microscopico topolino dei cartoni animati che, se gli rubi il pezzo di formaggio e gli fai “buh!”, piange e corre a nascondersi nel buchetto dentro al muro. Liberiamoci di una forma di dipendenza che non c’entra niente con l’amore e impariamo ad affrontare il rifiuto e il senso di abbandono che non c’entrano niente col valore dell’omino perduto.

E poi, scappiamo via. A gambe levate, anzi, a zampe rotanti come gatto Silvestro, tanto per restare in tema di cartoons.

Dedico questo pezzo a tutte le persone buone e intelligenti che conosco, non violente, aperte al dialogo, che cercano sempre di creare anziché distruggere.

A uomini e donne degni di questo nome, a chi non si nasconde nel buio per fingere di essere più grande di quello che è pensando di impressionare qualcuno, ma a chi cerca sempre e comunque la luce. E che, quando la intravede, non resiste e le corre incontro a braccia aperte.

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8 commenti

  1. Ho visto anch’io la serie tv, ma è molto romanzata e non mostra appieno il perché delle cose. Non rispecchia la realtà. Enrico è stato un grande, persona che ha dato molto rispetto agli altri, un paladino della giustizia. Ha commesso errori, ma chi non li fa? La maggior parte degli atti brutali li hanno fatti i suoi ministri influenzati da usi e costumi della chiesa. Inoltre non dimentichiamo che era un altra epoca. Le sue canzoni piene d’amore si cantano ancora oggi. Non lasciatevi lavare il cervello dalla tv, e se volete giudicare di più, leggetevi la sua biografia almeno, non appogiattevi sulla fanta fiction.

    • Caro Luke, prima di tutto grazie per il tuo commento, sono felice quando qualcuno si avvicina al mio blog e trova qualcosa di interessante su cui discutere.
      Vorrei precisare innanzitutto che il pezzo vuole essere, tra le altre cose, anche ironico.
      E l’ironia prevede eccessi, iperboli ed esagerazioni, come penso ben saprai.
      Quanto al fatto che il sovrano fosse un paladino della giustizia, probabilmente hai ragione, della sua giustizia però. E che gli atti brutali siano attribuibili al suo entourage, bè non credo che nessuno avesse il coraggio di decidere per lui in merito all’uccisione o meno di una sovrana, sua consorte. Magari hanno deciso insieme, magari tutti molto suggestionati dalle superstizioni ignoranti dell’epoca, ma non credo che fosse un santo che ignorasse la gravità delle conseguenze prodotte da alcune sue note decisioni.
      Detto questo, la TV la guardo nel mio tempo libero, mi piace godere di forme di intrattenimento leggere e di evasione ed il mio cervello è integro, ci puoi giurare. La letteratura e la storia d’Inghilterra le ho imparate all’università anni fa, dove mi sono laureata col massimo dei voti proprio in letteratura inglese. Tanto per farti presente che l’ultima frase che mi hai scritto è un tantino infelice e che prima di dare giudizi sulla persona che c’è dietro al blog, è sempre meglio aspettare e conoscere. Buon proseguimento e, se vorrai, continua a leggermi, non mi è mai interessato avere solo commenti a favore, come vedi mi piace molto anche il contraddittorio perché – come accade a te – gli argomenti non mi mancano.

  2. me lo sono riletto … tu sai perchè 🙂
    nn so come mai nn avevo commentato, si solito lo faccio, mi è molto piaciuto ciò che hai scritto, un esame attento e senza fronzoli come solo tu sai fare !
    sempre bravissima la mia Ste

  3. Ah, mi piace, mi piace! Come sono d’accordo! Io mi diletto di medioevo inglese e l’Enrico lo conosco meglio di un mio parente. Fortuna, care donne, non essere nate in quell’epoca!
    Difendiamo il nostro diritto di essere quello che siamo, ognuna di noi diversa dall’altra: la mamma, la manager, la donna cazzuta (bleah!!!), la stronza, la sciupamaschi e, soprattutto, la non-etichettabile. Io, tu, e basta.
    Donne, persone, donne. Fortunatamente, non-uomini!
    Via dai luoghi comuni nei quali, purtroppo, siamo le prime a cadere.

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