Un anno di Zollette


Più o meno un anno fa, mi sedevo davanti al mio Mac e mi scervellavo per mettere giù il mio primo pezzo per il blog.

No, non è corretto, devo fare un passo indietro. La prima cosa che ho fatto è stata crearlo il blog, studiando da perfetta imbecille la piattaforma WordPress che non sapevo neanche cosa fosse. Roba che si mangia? Che si fuma? E, in questo caso, roba buona? E, in questo caso, non è che mi fai fare un tiro?

Una volta scoperto con piacere che è roba che si scrive e che si legge, ho creato questo mio piccolo spazio virtuale sentendomi per una volta solidale con le mamme in attesa quando ho dovuto affrontare la scelta del nome per il mio blog: nomen omen, dicevano gli antichi, cioè nel nome è racchiuso il destino, per cui sopraffatta da questo senso di enorme responsabilità ho impiegato molto del mio tempo che perdo per battezzare il mio primogenito. Ho valutato tante proposte della mia testa in fermento dicendo a me stessa che questo mio bambino doveva assomigliarmi e descrivere in poche parole il mio e suo carattere e la nostra bizzarra, a volte, personalità. Ed ecco qui che a un certo punto, quando meno me lo aspetto, arriva lui, il nome dei nomi, la quintessenza di me, la chiave di volta per entrare nel mio mondo: Zollette di Yogurt. E mi sento subito una mamma soddisfatta.

Il mio carattere, la persona che sono, il peso a volte ingombrante di questo mio essere che porto a spasso da diversi anni, sono tutti lì, racchiusi in tre paroline che estrapolate singolarmente non sono altro che due ingredienti per una torta dietetica (quindi una NONtorta), ma che messi insieme, contestualizzati, diventano me. Così dolce, zuccherosa e buona ma anche cinica, disturbante, e aspra all’occorrenza.

Zollette mi ha dimostrato che quello che sei e che sai fare lo impari mentre lo fai.

Lui che è nato come spazio per racconti di fiction, storielle inventate di sana pianta con personaggi immaginari, a un certo punto si è trasformato in una dimensione più personale dove raccontarmi e raccontare ciò che in qualche modo mi influenza, mi fa ridere o mi colpisce come uno schiaffo nella vita di tutti i giorni. Si sa, i bambini crescono e mostrano poco a poco le loro vere attitudini e preferenze e quando pensiamo di insegnare loro tutto ciò che sappiamo, loro ci sorprendono offrendoci la possibilità di cambiare e migliorare. Così, anche Zollette è cresciuto facendo evolvere me, mostrandomi la mia più naturale capacità di scrittura, che nasce dall’osservazione e dalle mie riflessioni personali, dolci o aspre che siano.

In un anno cosa ho gettato dentro a questo contenitore? mi sono chiesta in questi giorni.

Un po’ di tutto quello che mi è successo e un po’ di quello che è successo ad altri.

In un anno ci accadono sempre molte cose anche se poi, in questo periodo, quando facciamo i bilanci, diciamo sempre che è stato un anno come gli altri, che non è successo niente di particolare, che va tutto sempre un po’ di merda, che ancora un anno così e mollo tutto, che se sento ancora un oroscopo di Paolo Fox lo vado a cercare a Roma con una spranga di ferro in una mano e un bastone nell’altra (questo lo dico sempre io), e via così. Però di cose ce ne succedono, e anche importanti, e anche se non lo scrivi sui tuoi aggiornamenti di stato su Facebook o non lo twitti ogni tre secondi, ti succedono, eccome.

In quest’anno atipico in cui mi sono presa una pausa dal lavoro e dagli obblighi da criceto che gira nella ruota, ho preso qualche aereo, ho parlato e scritto molto, ho scattato milioni di fotografie, mi sono innamorata, ho fatto miliardi di sorrisi, versato qualche ettolitro di lacrime, mi sono fatta i capelli rossi e poi scuri, ho ascoltato gli sfoghi delle amiche, mi sono sfogata a mia volta, ho giocato con la nipotina alle sfilate di moda, ho passeggiato con mia madre ascoltando le sue ricette di cucina in silenzio per la miliardesima volta, ho litigato con qualcuno, mi sono fatta intervistare, ho creato una radio con la mia socia di marachelle artistiche, ho dipinto quadri assurdi, ho cantato, ho quindi stonato, e ho mangiato molte cose buone. Ho seminato semi per far crescere la mia piantina, insomma. Potevo fare di più, mi dico spesso, o potevo fare diversamente, ma fondamentalmente ho fatto solo quello che volevo.

E ho osservato i primi passi incerti di Zollette, rimanendo stupita da come fosse bravo a tenersi in equilibrio da solo da un certo momento in poi.

Zollette è condivisione, prima di tutto, parola inflazionata e – a mio parere – fraintesa e male interpretata nel mondo del web.

Internet è un mezzo meraviglioso che mi ha permesso di dare alla luce la mia creatura, ma sento sempre comunque profonda l’esigenza di tenere qualcosa per me, di dare un senso reale alla parola “intimità”, all’aggettivo “privato” e di condividere le mie cose con un minimo di grazia. E benché come tutte le persone che amano scrivere, io voglia ovviamente comunicare, sto sempre un po’ attenta a non andarci giù pesante con le mie vicende personali specialmente in un social network che ha reso – in maniera assai sospetta – tutti molto intellettuali e saggi virtualmente. Con Zollette ho capito una volta di più che voglio essere vera sempre, ma preferisco esserlo in uno spazio mio, creato a mia immagine e somiglianza, dove chi mi legge ha davvero voglia di leggere qualcosa di me, e che non deve subire i miei pensieri a getto continuo solo perché la timeline di Facebook gli segnala che ho aggiornato il mio stato così o cosà. E, in ogni caso, sia sul blog che sui social, mi piace che il riferimento alla mia vita, o alle vite altrui, sia sempre velato, un po’ da interpretare, suggerito, ma mai esposto come se fosse un pezzo di carne nel bancone del macellaio.  Perché le nostre vite sono gioielli, gemme da illuminare con la luce giusta per coglierne il taglio e le sfumature che le rendono pezzi unici e preziosi.

Con tutto ciò, in Zollette c’è la vera me. Quella che non si nasconde dietro al dito (anche se dato il mio fisico esile potrei riuscirci), che a volte si demolisce il cervello coi troppi pensieri ma che ha sempre la battuta in tasca, che fa ridere volontariamente e involontariamente, che si tira i salmoni in testa e ama i tatuaggi. Che w alcune donne ma anche w alcuni uomini e al rogo tutti gli altri, che sa fare gli gnocchi come la sua mamma, che riceve trapani in regalo, detesta i venditori del Folletto, e va in chiesa a porre domande a se stessa davanti a un Cristo in croce perplesso nel trovarsela lì.

E che non ha soluzioni da offrire, messaggi da dare, né verità da sfoggiare, ma decisamente molta voglia di condividere ancora mille domande con chi voglia avrà di passare da queste parti.

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