La pancera rosa (donne all’Outlet in cerca di guai)


Giorni fa, in un pomeriggio genovese uggioso e malinconico io, mia sorella e un’amica decidiamo di andare a passare qualche ora in un Outlet a mezz’ora di auto dalla città.

La prima cosa che mi sento di enunciare è la mia teoria secondo la quale gli Outlet, oltre ad essere un ottimo strumento commerciale per molti marchi che svuotano i magazzini facendo felici noi povere donne (in senso finanziario) e qualche povero maschietto (in senso psicologico. Avete mai visto le facce degli uomini in un Outlet? Sembrano panda già estinti), fungono da antidepressivo per le comunità che nei loro dintorni li ospitano: i colori dei capi in vetrina, la scelta vastissima di tanti oggetti a basso prezzo, nonché la loro architettura con quelle belle palazzine colorate e i balconcini fioriti, fanno da contrappeso alle spoglie e spesso desolanti periferie estreme nelle quali vengono costruiti, tamponando a mio parere tentativi di suicidio, tendenze all’alcolismo e alla schizofrenia dei poveri abitanti dei quella zona.

Una delle mie compagne di viaggio in questo pomeriggio spendereccio, sostiene infatti che da quelle parti lì, lei c’è nata, a un certo punto ti devi dar da fare con la testa, con le mani o con altre parti del corpo a scelta per superare quei pomeriggi che alle quattro fa buio, quella vita di paese dove ci si conosce tutti e si è anche un po’ parente di tutti, e dove di rado accade qualcosa di interessante che non sia battere il guinness dei primati per la scrofa vivente più pesante del mondo.

Non che in città accada molto di più interessante, e per questo motivo nei sabati metropolitani stanchi ci spingiamo fino alle lande desolate per un portafogli di finta plastica a metà prezzo o un paio di scarpe di amianto col tacco altissimo che fanno malissimo o per un paio di mutande bioniche che con pochi euro ti fanno il sedere a mandolino o, nel peggiore dei casi, a contrabbasso.

Arrivate in questo luna park per sole donne, le prime soste puramente a scopo esplorativo le facciamo nei negozi monomarca delle griffe più quotate, quelle dove puoi trovare gli outfits migliori per ogni occasione. Non ho usato il termine outfit a caso: non so se lo avete notato ma da quando esiste Carla Gozzi sui canali Sky, platinata “sciura” che parla col naso anziché con la bocca e che sentenzia su temi perniciosi e di forte contenuto sociale con quell’accento da “Milano da bere”, si parla solo ed esclusivamente di outfit da giorno, da cocktail e da sera. Secondo me la Carla non esiste davvero, è un personaggio virtuale, un fumetto disneyano con la parrucca bianca creato ad hoc dal solito creativo misogino per umiliare noi povere creature ex middle-class, ora povere in canna, e farci sentire delle merde, e le vorrei dire da questo pulpito che sometimes non abbiamo l’outfit da cocktail perché se andiamo all’aperitivo di solito è dopo l’orario di ufficio e se ci arriviamo col trucco un po’ sfatto è perché ce lo siamo fatte dodici ore prima mentre nostro figlio ci si aggrappava alla gamba come un macaco africano e il cane ululava vicino alla porta per via della vescica a zampogna. Che poi, alla Carla si concede tutto, per carità, perché se quel colore di capelli me lo facessi io, mi direbbero che il mio parrucchiere è da denuncia penale, mentre su di lei fa molto fescion. E vabbé, ecchecivuoifare, sono le contraddizioni del sistema.

Confesso che in uno dei primi negozi visitati con la stessa flemma di un hooligan allo stadio di Wembley, ci siamo fatte un po’ prendere la mano, afferrando qua e là capi e accessori che non ci potevamo permettere: per staccarmi da un delizioso cappottino di Alberta Ferretti hanno dovuto chiamare gli artificieri e un negoziatore, e per scollare alcune fantasmagoriche paia di scarpe tacco dodici dalle nostre mani vogliose e innocenti le commesse ci hanno gettato addosso il napalm come in Vietnam.

Nessun problema, solo un pomeriggio come tanti, soprattutto se sei una donna con una carta di credito che ti chiama dalla tasca del portafogli come le sirene chiamarono Ulisse.

Detto questo, ciò che ha attirato la mia attenzione è stato soprattutto il negozio di biancheria intima.

Premessa e divagazione: settimana scorsa leggendo il libro di Caitlin Moran “Ci vogliono le palle per essere una donna”, sono arrivata al capitolo che parla del rapporto tra noi donne e l’abbigliamento, dove la giornalista spiega senza timore di essere contraddetta che il motivo per cui noi donne perdiamo tanto tempo nel scegliere i vestiti nell’armadio ogni mattina è che per noi l’abbigliamento è espressione e identificazione.

E’ come se ogni giorno noi, davanti alle ante del nostro quattro stagioni che non è una pizza ma un luogo sacro e intoccabile per un uomo, affermassimo la nostra essenza, il nostro essere qualcosa di ben preciso anche solo per quella giornata. Chi e cosa voglio essere oggi? Se scelgo un outfit casual (ho paura che la Gozzi legga) è perché mi sento dinamica e sportiva, mentre se mi butto sul genere più chic e femminile è perché voglio attirare l’attenzione degli uomini ed esprimere la mia carica sensuale, tanto per semplificare. Insomma, mentre un uomo può gettarsi nell’armadio e mischiarsi tra i suoi elementi senza procurarsi problemi psicologici cronici e senza timore di essere giudicato intimamente per via dei suoi abiti, per noi donne pende sospesa la spada del giudizio morale (e noi siamo le prime ad applicarlo, vittime e carnefici allo stesso tempo) e ne va della nostra reputazione.

Sulla base di questo ragionamento, entrando nel negozio di lingerie, mi sono chiesta: “Ma chi indossa una pancera, una pancera tinta carne, una pancera rosa, cosa vuol esprimere?”

Quando entri in un negozio di intimo femminile, noterai subito la divisione tra le due tendenze (ed esigenze) principali per una donna: l’intimo in cotone quello un po’ da educanda, coi reggiseno dalle tinte pastello e la mutanda copritutto che suggerisce la filosofia del sono in ordine, seria, pulita, non sono facile agli sbalzi ormonali, mi sento precisa, puntuale e a me non la si fa. In questo settore trovi anche abbigliamento da casa del tipo vestaglia flanellata da inverno artico, e pigiami oversize dove ti ci perdi dentro, stile definito egregiamente da mia sorella Giulia col nome di “orso abbraccia tutti”. Un nome, una garanzia.

C’è poi il settore opposto, il settore per le femmine birichine, quello delle maleducande.

Qui potrai trovare i tanga, i perizoma, le brasiliane, le culotte, le guepiere e i reggiseno in un sfarfallio di pizzi, lustrini, pailettes (comodissime quelle sulle chiappe che ti lasciano segni a vita come una smagliatura o il morso di un rettile africano), che ipnotizzerebbero qualunque donna. Quando indossiamo un capo così, è perché ci sentiamo profondamente femmine inside, magari vogliamo fare una sorpresa al nostro uomo, o magari a qualcuno che ancora non sa che sarà il nostro uomo, oppure – e non è raro – vogliamo solo sentirci bene nella nostra pelle.

Secondo me, se già non lo facciamo, dovremmo sempre indossare qualcosa che ci fa sentire femminili, sia un accessorio o un capo di abbigliamento, perché al di là della vanità del gesto e del narcisismo più o meno presente in ognuna di noi, io penso che sia bello celebrare la nostra essenza femminile, la nostra emotività appassionata e fragile, il nostro essere  corpo, anima, curve generatrici di vita, madri, mogli, amanti, amiche e dee del nostro tempio.

Penso che sia vero che per noi “l’abito fa il monaco”, ma anche vero che talvolta “l’apparenza inganna” quando si tratta di donne perché spesso accade che alcune di noi utilizzino un abbigliamento aggressivo e provocante per mascherare una fragilità di fondo, una timidezza o, quel che peggio, una scarsa autostima che le porta a sentirsi “qualcosa” solo se un “qualcuno“ dell’altro sesso le nota e le approva. Giudicate lo saremo sempre, dobbiamo accettarlo, ma penso che il rendersi indipendenti (per quanto umanamente possibile), l’affrancarsi dal giudizio altrui e apprezzarlo quando è la risposta sana ad una nostra altrettanto sana richiesta inconscia, sia un traguardo da raggiungere per la nostra completezza e autostima.

Detto questo, parole sagge comprese che quasi non mi riconosco e frasi illuminanti da sottolineare col pennarello, ancora una cosa non mi spiego: “Ma cosa esprime una donna quando indossa una pancera rosa?”

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4 commenti

  1. sai che mi è successo un paio di giorni fa? tornando da una brevissima vacanza mi sono fermata all’outlet di zona per rendermi conto che non avevo assolutamente voglia di fare shopping. che vorrà dì? mi starò definitivamente trasformando in maschio o non ho più nulla da esprimere? aiuto!

  2. La pancera rosa mi ricorda tanto le mutande della nonna di Bridget Jones!
    Forse il significato è lo stesso: “con il perizoma sono a posto, se si arriva in casa base, ma con la mutanda che smagra ho più possibilità di arrivare in casa base” 🙂
    Seriamente…l’abbigliamento certamente rispecchia le nostre sicurezze e, ancora di più, le nostre insicurezze!
    Via…altro che outfit! Vestiamo come ci pare, in barba ai pareri altrui e alle mode…
    …certo che, in saldo, ho addocchiato un paio di stivali di pelle umana che sono un amore!!!!

    • … stivali di pelle umana… non si può star senza! si, in effetti l’immagine delle mutandone di Bridget mi ha accompagnata per tutta la stesura del pezzo, lei è il mio mito anche perché alla fine dei giochi è una vincente, e anche se non sembra crede in se stessa malgrado tutto e tutti. Grazie cara per il tuo commento, e sempre girl power!

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