Piccole bufere del cuore


Nevica sulla mia città, è tutto bianco fuori.

Mi sveglio con la classica faccia del lunedì mattina: borse sotto gli occhi che sembrano valigie, pensieri che mi portano a dire parolacce perché sono stanca, perché ho troppo sonno e so che dovrò attraversare una città paralizzata per arrivare in ufficio.

Quando nevica a Genova è come se fosse scoppiata la bomba atomica: allarmi via tv, radio, internet e piccioni viaggiatori. Scuole chiuse, asili chiusi, e sempre troppe bocche aperte a sparar cazzate.

In città ci dividiamo in due categorie: quelli che lavorano lontano, che devono prendere la macchina o mille milioni di mezzi pubblici per arrivare in ufficio e odiano la paralisi bianca del pre-durante-post neve, e quelli che lavorano sotto casa e quella paralisi se la pregano perché hanno troppo tempo da perdere fuori dall’ufficio e troppo poco da fare quando in ufficio ci sono e per questo si perdono in sogni ovattati fatti di neve, nevischio e asfalti ghiacciati. Inutile dire che la prima categoria augura alla seconda un immediato trasferimento in Siberia a pulir culi di un qualche animale siberiano, tanto per gradire. Perché, come si dice dalle mie parti, un po’ per uno in braccio alla mamma.

Ma il tempo meteorologico, come quello che passa scandito dalle lancette dell’orologio, dei nostri desideri se ne frega e decide da solo quel che vorrà fare, e oggi ha deciso che nevica, signore e signori.

Così esco che sembro l’omino Michelin. E nel mio caso, coi miei quaranta chili mal distribuiti perché sono quasi tutti nel cervello e nella lingua, ce ne vuole.

Quando esco di casa, quasi per prendermi per il culo, inizia a nevicare: piccoli fiocchi leggeri e quasi evanescenti in un attimo si trasformano in palline impertinenti che mi ghiacciano il naso mentre scendo a valle a piè veloce come fossi Heidi ma anche le caprette che ti fanno ciao.

Arrivo alla fermata del bus e scopro con piacere che i mezzi pubblici sono in orario, non c’è molta gente in giro e non fa neppure freddissimo, e queste piccole cose già mi mettono di buonumore, io che mi sono alzata che sembravo Jack Nicholson quando in “The shining” chiama Wendy impugnando l’accetta. Vedi che a volte basta così poco, mi dico, e arrivo in zona ufficio che è ancora molto presto, così mi fermo al bar proprio lì di fronte e mi tuffo in un bel cappuccino bollente che oltre a scaldarmi la panza mi coccola il cuore. Sono di buonumore.

Poi non accade nulla di speciale e se aspettate il colpo di scena, vi deluderò.

Le ore passano un po’ lente e un po’ veloci, come per tutti quando si è alle prese con un nuovo lavoro, e malgrado la pausa pranzo non mi permetta di passeggiare vicino al mare come faccio quasi tutti i giorni, mi godo qualche chiacchiera pigra coi colleghi e sono ancora di buonumore.

Lavoro ancora, e tanto, ma sono di buonumore. Nemmeno la bufera che sta impervesando là fuori e che copre i palazzi, le strade e le teste a pochi metri da me, riesce a convincermi che c’è da incazzarsi.

Poi, come una visione angelica, un’apparizione mistica, o un’ allucinazione da stupefacenti, arriva il capo per dirci che si esce  un’ora prima. Piccole gioie della vita.

E vestita da omino Michelin, mi avvio verso casa su un autobus pieno di gente, con un ragazzo di colore seduto di fronte a me che parla al cellulare e continua a ripetere al suo interlocutore Let me tell you, anzi un lemme tellia che mi fa troppo ridere, ma non per prenderlo in giro, perché è divertente l’inflessione di una dialetto africano mischiato alla lingua inglese. Lemme tellia, mi piace, sarà che sono di buonumore.

E forse sono di buonumore perché riesco anche a fare un po’ di spesa senza volare col carrello nei corridoi tra gli scaffali del supermercato, ma facendo tutto con calma perché non c’è nessuno. E non c’è fila alla cassa.

E forse perché l’autobus che mi posa deliziosamente sotto casa è lì alla fermata che mi aspetta.

E forse perché riesco ad arrivare a casa in anticipo, a fare una lunga doccia calda, e a prepararmi una bella cenetta e godermela seduta sul divano guardando magari una puntata storica di Sex and the city.

E forse perché faccio un paio di telefonate alla mia family e scambio qualche messaggio con un paio di amici, leggermente cullata dal silenzio e dall’abbraccio affettuoso della mia piccola casa.

Tutto questo mi fa pensare a quanto mi inquinano le attese, i ritardi, il traffico, la confusione e le parole della gente che non ho voglia di ascoltare e a quanto queste cose siano la normalità, la regola. E basta un giorno che non le devo sopportare per forza che, malgrado la stanchezza, le borse sotto gli occhi, il freddo e la pausa in ufficio, mi sento già meglio.

Mi chiedo se è umano ciò che ci imponiamo di essere, se sia normale tenere un certo ritmo, avere certi riflessi condizionati e incondizionati, dover sopportare le code al semaforo, alla cassa del supermercato, gli ingorghi in questa o quella strada, i clacson, dover fare chilometri per lavorare in un ufficio a fare qualcosa che sarebbe bello fare magari a venti minuti a piedi da casa tua. Perché si deve lavorare, e il lavoro è soprattutto un diritto, ma abbiamo anche il diritto di scegliere di vivere anziché morire lentamente tutti i giorni.

Perché si muore dentro ad esser sempre in coda per qualcosa, secondo me.

Guarda un po’ che effetto mi fa la neve oggi.

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6 commenti

  1. ma non è che a noi due ci hanno divise alla nascita, per esempio? penso le stesse cose sputate, sappilo
    (ma del nuovo lavoro non ci dici niente? dai che sono curiosa..)

    • separate alla nascita, si si!!! grazie fioly, ultimamente sono un pò poco presente, ma mi riprometto di scrivere un bel pezzo prestissimo…mi manca un pò il mio essere blogger con la testa tra le nuvole 😉 ti leggo sempre, sei una meraviglia di donna

  2. Questa tua frase “Perché si muore dentro ad esser sempre in coda per qualcosa” è lo specchio del mio quotidiano. Quando sento scivolare la vita attraverso le dita, come sabbia, quando BUTTIAMO il nostro tempo.

    • ciao Manu, io penso che sia una sensazione condivisa da molti – se non da tutti – quella del sentire il tempo che ci scivola via con la frustrazione di non potere fisicamente riuscire a fermarlo. Essere in coda è un pò come essere sempre fermi col tempo che ti passa addosso, indifferente e menefreghista della tua voglia di sfruttarlo al meglio o, almeno, di non perderlo per motivi che non dipendono da te. Grazie mille per il tuo commento, torna presto a trovarmi… io nel frattempo vado a scoprire questo “angolo di Manu”. Grazie ancora, ciao.

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