Metti un pomeriggio alla spiaggia


A volte penso di essere matta.

Matta nel senso di non conforme, di voce fuori dal coro, di sociopatica a momenti, di esserino che talvolta fatica a dar ragione al mondo e alle sue regole, un pò disadattata. “T’ei sarvega”, sei selvatica, mi dice spesso la mia mamma perchè io, in fondo, un pò  animaletto lo sono sempre stata.

Matta mi son sentita spesso quando ho analizzato – magari dopo aver preso le distanze – alcune mie relazioni sentimentali. Perchè solo una matta poteva ficcarsi in certi vicoli ciechi, prendere sbandate pericolose e rischiare così tanto per poi finire con un pugno di mosche in mano. E anche un pò matte sono state le scelte professionali degli ultimi anni, l’anno sabbatico preso in un momento di crisi economica, il tutto fatto con lo spirito di cambiare direzione per arrivare alla mia destinazione ideale. E anche qui, per ora, ancora un pugno di mosche in mano, perchè mi sento ancora in viaggio e la famosa destinazione non è per niente vicina.

Ma così è la vita, cosa vuoi farci. Se sei matta, sei matta, e procedi nella vita pensando che probabilmente è vero, un pò lo sei.

Poi accade che in un pomeriggio di agosto – mentre sei alla spiaggia, distesa sul tuo lettino coi piedi lasciati cadere molli e rilassati in fondo alle gambe abbronzate, gli occhi pieni di sole e di vento e la bocca piena di parole – ti accorgi che, forse, quella matta non sei tu.

Come si fa a correre a perdifiato sulla spiaggia come un cane da tartufi che insegue un tartufo volante, o una scimmia urlatrice che insegue un casco di banane volante, agitando il telefonino e gridando “Mi ha chiamata LUI!! Mi ha chiamata LUI!!! Mi ha chiamata LUIIIIII!!!”? Ditemi, bella gente, come si fa?

Occorre fare un passo indietro, lo so.

Sono alla spiaggia con la Julia, si fanno le solite quattro chiacchiere sotto l’ombrellone però noi l’ombrellone non ce lo abbiamo, mangiamo focaccia e tra una bottiglia e l’altra di acqua rigorosamente gassata, si beve un pò di birra. Vento sulla pelle, aria frizzante, io che parlo a vanvera, lei che annuisce con la compassione che solo una sorella, un pò di musica anni ’80 e via così che passa quasi banale anche questo pomeriggio. Quasi.

Perchè a un certo punto, ecco che arriva lei.

La regina dello scazzo, la donna più ammorbata di questo mondo e quell’altro, incazzosa che nemmeno Godzilla col ciclo, che ci vuole l’esorcista. Una quarantenne single che frequenta la spiaggia e che sembra Furia cavallo dell’uest, però cattiva. Anzi, gramma, come dice mia mamma.

Il dono della discrezione proprio non le appartiene, lo abbiamo capito subito.

Telefonate senza sosta ad amiche vicine e lontane che ti chiedi dove avrà nascosto il megafono perchè sentono pure in Costa Azzurra, e subito vola un parolone very trendy, very super mega figo wow, che mi fa capire che la ragazza è sul pezzo stasera: apericena. A questa parola scende dal lettino e fa il primo dei gesti che – ho capito – la contraddistinguono: alza le braccia al cielo come se fosse un calciatore sotto la curva dopo un goal di tacco – e grida “Stasera si esce, stasera si esceeeeeee..si esceeeeeee…..eeeeeevvvaaaaiii!!!!!” e ripete il barbaro rituale per un paio di volte finché non le cala la montata ormonale.

Poi sparisce, forse al bar per fare la merenda dei campioni, forse per un energy drink, ma poi riappare in tutto il suo splendore barbiturico.

E riceve un’altra telefonata dove – dopo aver preso il megafono – spiega a tutti noi comuni mortali (che oramai siamo emotivamente coinvolti, c’è chi sfacciatamente si siede e la ammira come fosse al cinema, manca solo il secchio del popcorn), che lei esce lei mica sta a casa lei non è mica in Africa lei c’ha l’apericena poi c’ha la cena con l’amica poi  si va in giro. Mica sta a casa, lei. Che lui non si fa sentire  che il telefonino stranamente è sempre spento o irraggiungibile. E lei mica sta a casa per lui. Ma chissenefrega di LUI.

Ed è qui che arriva il bello.

Quando chiude la telefonata con l’amica, si accorge di quella piccola ma ora fondamentale traccia sul display del cellulare che indica una chiamata persa.

Chi mai l’avrà chiamata? Chi mai la sta cercando? E soprattutto – mi chiedo io –  perchè?

A quel punto tutta la spiaggia e intendo non solo noi spiaggianti curiosi ma anche la sabbia, le pietre, gli insetti e le mie infradito, vuol sapere come andrà a finire.

La suspence è fortissima, la tensione si taglia con il coltello, finchè lei – che è una grande, che è la numero uno – ci stupisce tutti con un colpo di scena. Non accade forse sempre così quando ci si trova davanti ad un capolavoro?

Si eleva verticalmente dal lettino, gonfia il petto e spalanca gli occhi, e senza neanche toccare terra inizia a correre verso il mare agitando il telefonino e gridando “Mi ha chiamata LUIIIII!!! Mi ha chiamata LUIIII!!!! Mi ha chiamata LUI!!!!!!”. E per meglio imitare le traiettorie del suo cuore o delle sue sinapsi completamente andate in cortocircuito, esegue uno zig zag a forma di otto, disegnando una sorta di simbolo dell’infinito sulla sabbia, come infinita è la sua follia in quell’attimo.

La danza macabra va avanti per vari minuti mentre noi rimaniamo tutti in silenzio, basiti. Forse perché nessuno ci ha invitati all’apericena e siamo molto offesi, o forse perchè abbiamo paura di incontrarci gente che corre urlando. O urla correndo, boh.

Questa storia finisce con lei che non tenta nemmeno di ricomporsi e saltella  – sempre con le braccia al cielo modello diego armando maradona  – verso il suo lettino, accennando un balletto al ritmo di “che giornata, che giornata, che giornatona!!!!!!” per poi placarsi una volta orizzontale. Ma non smettendo – tronfia – di sentirsi la numero uno.

Roba da matti.

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5 commenti

  1. La gente, un teatro a cielo aperto! A volte ridi, a volte vorresti togliere il sorriso. In questo caso… sceglierei la seconda opzione! Brava, riesci sempre a riprendere il mondo del quotidiano in modo sorprendente!

  2. Ciao, zolletta, torni al blog in forma più che mai: mi fa piacere! Diario di ordinaria pazzia da spiaggia, dove ti fai i caxxi altrui, volente o nolente. Le mie vicine d’ombrellone hanno ammorbato un pomeriggio (dico, un intero pomeriggio), enumerando le molteplici variazioni sul tema: macedonia! Pensare che una volta mi piaceva pure! Un saluto affettuoso e buona vita, sempre 😀

    • ma ciao!!! in effetti a volte è impossibile non ascoltare i ca**i altrui, soprattutto quando vengono urlati ai 4 venti e ci fosse pure da vantarsene… anche la disquisizione sulla macedonia potrebbe avere il suo perché, ci penso un pò su e vedo se riesco a scriverne un pezzo 🙂 detto questo, non so se sono in forma oppure no, so solo che il poco tempo che mi lascia un lavoro un tantino alienante dovrei sfruttarlo meglio, magari riprendendo a tormentarvi con i pezzi di questo sgangheratissimo (come me) blog… a prestissimo e grazie infinite per avermi dedicato il tuo tempo.

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