Woman on wire


Tempo fa, mentre trascorrevo pigramente una domenica pomeriggio sul mio divano, incappai – facendo zapping – in un documentario dal titolo “Man on wire”, l’uomo sul cavo, che parla di un funambolo francese, tale Philippe Petit, che nell’agosto del 1974 aveva attraversato lo spazio tra le due torri gemelle del tristemente noto World Trade Center di New York passeggiando su un cavo teso tra queste.

Ne fui immediatamente affascinata e rividi quel film molte volte dopo quel giorno.

Il documentario – che vi consiglio di vedere – illustrava tutte le fasi del colpo, “le coup”, come Petit e i suoi amici avevano chiamato quell’incredibile avventura, a partire dall’idea fino alla realizzazione e alle conseguenze che ne derivarono.

Petit non era nuovo a questo genere di follie, da sempre era un artista di strada, del circo, ed era già stato arrestato varie volte in diversi luoghi del mondo per aver attraversato questo o quel ponte sospeso nell’aria col suo cavo.

Però questo era “le coup”, il colpo della vita, e tutto il resto sembrava niente a confronto.

Gran parte del film “Man on wire” racconta l’organizzazione del colpo, i viaggi transoceanici tra Parigi e NY per studiare la strategia e la messa in atto, il reclutamento di nuovi collaboratori che si prestassero, l’allontanamento di altri poco affidabili, e la preparazione di Petit: ore e ore sul cavo a provare e riprovare, lo studio dei venti che a quell’altezza potevano influenzarne l’equilibrio e ucciderlo, la concentrazione mentale così potente da rendere a un certo punto “le coup” qualcosa di fattibile.

Così arriva il grande giorno: il 7 agosto 1974, dopo aver passato la notte precedente sulla cima di una delle torri ed aver lavorato per ore per tendere il cavo con i suoi compagni di avventura, Philippe stacca un piede dal bordo della torre e lo appoggia sul cavo. Poi stacca anche l’altro. E inizia tutto così, la sua trasformazione da essere umano in qualcosa d’altro, forse in spirito, in materia fatta di universo inizia lì, con quel primo passo.

“Sapevo che mettere il piede su quel cavo probabilmente avrebbe decretato la mia morte, ma d’altra parte era un richiamo cui non potevo resistere”, dirà lui commentando il documentario.

Così inizia questa meravigliosa danza.

C’è un uomo vestito di nero, con una lunga asta tra le mani che si stacca dall’edificio della torre nord e inizia a camminare su un filo. Ha il volto molto teso, forse ha paura, forse si chiede “Ma cosa sto facendo? Ne valeva la pena?”, forse si è già pentito. Forse, considerato il vento e il fatto che non è possibile tendere perfettamente un cavo su quella lunga distanza e a quell’altezza, era meglio rinunciare.

Forse sono più intelligenti, saggi, normali, quelli che stanno lì sotto, sulla strada, che si sono accorti di qualcosa e che – naso all’insù – lo osservano in silenzio, sgomenti. Loro stanno andando in ufficio come tutti i giorni, loro camminano sull’asfalto, non nell’aria, loro hanno fisicamente e metaforicamente i piedi per terra, loro non se lo prendevano questo folle rischio. “C’è un uomo che cammina tra le torri, c’è un uomo su un cavo tra le torri…”, un passaparola ipnotico, che costringe chiunque si trovi nei dintorni a soffermarsi, perchè la forza di attrazione che Philippe prova per la sua danza, si è trasferita magicamente sugli intelligenti, i saggi e i normali che non possono fare a meno di alzare gli occhi al cielo e ammirare.

Accade in un momento  – dopo qualche passo – un miracolo sul volto di Philippe, dove una legittima smorfia di preoccupazione si trasforma in un sorriso di gioia, disteso e aperto come quello di un bambino.

E io, ogni volta che il film arriva a questo punto, non riesco a fare a meno di piangere, e tanto, e fino a poco tempo fa non mi spiegavo il perchè, ma poi ho capito che vedere un essere umano nel preciso momento in cui capisce che il suo sogno si sta realizzando, è come assistere ad un miracolo in terra, o in aria. Essere presenti nel momento in cui un uomo diventa dio, il suo dio, è qualcosa di magico, spirituale, cui portare rispetto.

E’ un volto che ti dice che non bisogna aver paura, e che è possibile non essere nella folla di quelli col naso all’insù. E’ possibile, ed è permesso camminare sul filo.

Forse l’umanità si divide tra chi cammina sui cavi sospesi e chi sta a guardare, ed è giusto così.

Se fossimo tutti funamboli chi ci guardarebbe da sotto?

E se fossimo tutti “normali” non potremmo ammirare che il vuoto, perchè non ci sarebbe nessuno così vicino al cielo da lasciarci col fiato sospeso.

Perchè credo che nella vita ci sia bisogno del sogno e dell’immaginazione, della fantasia di chi sogna e di chi immagina, dei sorrisi passata la paura, di un cavo teso sotto i piedi che ci costringa a mantenere l’equilibrio malgrado il vento, e di qualcuno col naso all’insù che prima ti critica, poi si spaventa poi – quando capisce che non sa spaventare te –  si arrende,  perchè sa che stai sognando il sogno giusto e può solo osservarti in silenzio.

Io voglio camminare sul filo, ed il bello è che so che è possibile.

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6 commenti

  1. L’ho visto anch’io quel film/documentario e ne sono rimasta affascinata come te. Ma faccio tristemente parte di quelli con piedi ben piantati a terra… Per volare non bisogna avere zavorre.

    • Sono felice che il post ti sia caro, per citare proprio le tue parole. Io sono rimasta totalmente sopraffatta dalla magia che quest’uomo emana, dal suo vivere al limite secondo una sua filosofia che non si è mai fatta mettere in dubbio dalla coscienza comune. Siamo umani e facilmente influenzabili, per questo ammiro le persone che perseguono – anche nel pericolo – la loro personale e divina via. Bellissimo anche il link sul tuo blog.. che emozione… quel sorriso quando capisce che ce la farà, che la sua fede è ben riposta, è indimenticabile. Un abbraccio e ancora tante grazie per avermi dedicato il tuo tempo.

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