Con la panna sulle scarpe


Io penso che la fantasia sia un salvavita.

Ci offre infinite possibilità se le sappiamo cogliere, e altrettante soluzioni, se ci crediamo almeno un pò. Diamo fiducia a così tante cose e persone che non se la meritano, e poi magari non ci fidiamo della fantasia, l’invenzione più bella della nostra mente, infinita e accessibile a tutti, universale.

Ieri mattina ero veramente, ma veramente, incazzata, in un modo come non mi capitava da tempo, per persone che nella mia vita non devono più contare niente, ma tant’è. La vita quotidiana, le cose pratiche, il lavoro, i contatti con esseri umani o facsimili che ti tocca sopportare per un certo periodo, sono dei massi spesso difficili da scrollarsi di dosso e temo che a questo giro io debba avere solo ancora un pò di pazienza e tirare dritta per la mia strada.

Quando inizi una giornata così, sarò pessimista, ma ci sono poche speranze di arrivare in serata con un umore almeno simile ad una sensazione di tranquillità, eppure ieri ce l’ho fatta.

Grazie alla fantasia, non solo mia ma anche della mia nipotina.

Il pomeriggio comincia su un treno meravigliosamente vuoto che ci porta in un bel posto sul mare.

“Zia, ci pensi che siamo sul treno assieme? Sono troppo felice!”

“Sono felice anche io”.

Uscite dalla stazione ci incamminiamo verso il centro passando per il parco, con qualche sosta per vedere i cigni nel laghetto, fare un paio di fotografie col cellulare, e andare a spiare i coniglietti che si nascondono tra queste o quelle frasche per sfuggire ai bambini che li inseguivano.

Chiacchieriamo sulle tante cose da fare da gennaio in poi – abbiamo un’agenda fittissima di impegni – ci confidiamo certi amori segreti che abbiamo e che – in quanto tali – li possiamo immaginare come vogliamo, anche perfetti (che sia l’unico modo di avere una relazione soddisfacente?), e progettiamo il nostro viaggio a Londra in un prossimo futuro.

Arrivate in zona lungomare non può mancare un bel gelato, una bella montagna di cioccolato sovrastata da una montagna ancora più grande di panna. Quando ero piccola quello era il mio gusto preferito, ma spesso si rivelava una scelta infelice per via della forza di gravità che rema contro appena può. Evidentemente la mia attitudine a scegliere strade impervie, successi difficili da conquistare si stava già manifestando, ma io non ho mai voluto rinunciare alla panna o al cioccolato a favore di altri gusti che non mi convincevano. Ero e sono fatta così, forse amavo e amo il dramma, e voglio ancora correre il rischio di sporcarmi come mi accadeva da bambina, appena uscita dalla gelateria. Era sempre la stessa storia perché nello spazio di un nanosecondo, la panna finiva sulla mia gonna o sulle mie scarpe, procurandomi un dolore devastante che pensavo sarebbe stato incancellabile. Sarei stata per sempre la bambina col gelato sulle scarpe e questo mi avrebbe condizionato per tutta la vita, questa era la mia previsione nefasta tra le lacrime e il naso che mi colava  sulla bocca. Per fortuna poi, proprio la vita mi ha insegnato che finchè la panna riesci a lavarla via, è tutta una passeggiata. Il brutto è quando ti rimane la macchia e ogni volta che la vedi ti ricordi cosa ti è successo, ma anche in quel caso la soluzione c’è: basta cambiare le scarpe o guardare la macchia da una certa distanza. Sembrerà più piccola o quasi invisibile.

Malgrado io sia una donna adulta (non per tutto, per fortuna) riesco a sporcarmi, e tanto, e la nipotina, pensando non stia facendo abbastanza danni da sola, collabora col suo cono per creare un vero e proprio capolavoro sul mio piumino: uscita dalla gelateria pensandomi una strafiga con tanto di occhiali scuri alla Jackie Kennedy (griffati Hello Kitty) mi accorgo di essere pezzata di bianco e marrone come un setter inglese e ci vuole un pò di tempo per risistemarmi e smettere di far ridere questa nanetta di sette anni appesa al mio braccio.

Sono la zia scema, è un fatto noto.

Col nostro gelato in mano a mò di trofeo ci buttiamo poi sulla spiaggia dove abbiamo la fortuna di ammirare un cielo rosa e azzurro che si tuffa dolcemente tra le onde, e camminiamo tenendoci per mano tra cani che corrono felici, e persone in libertà, fino ad un piccolo luna park.

“Ci sono gli autoscontri! Gli autoscontri! Zia, non è che andiamo sugli autoscontri?”

“E perchè no?”

Non è la cosa più strana che io abbia fatto in questo lungo dicembre che non vuole finire, ma è di sicuro una delle più divertenti. Facciamola.

Così saliamo sulla nostra macchinina viola, lei al posto di guida perchè oggi è deciso che mi guiderà lei, e io al suo fianco, e via che si parte a far danni: non mi ricordavo che fosse così bello e così divertente, e che si potesse urlare tanto prima di colpire qualcuno più forte che si può. Ho per un momento la sensazione che una mamma e la sua bambina ci guardino con un pò di sospetto e terrore e la cosa ci diverte talmente tanto da nominarle in un batter d’occhio “bersaglio del giorno”.

E così, tra curve a gomito, collisioni, e infiniti testacoda e frontali, assaporo il potere liberatorio del gioco, valuto le proposte infinite della fantasia, e ritrovo la forza catartica dell’urlo e della risata.

Auguro a me stessa di affrontare la vita che verrà proprio così, come se fossi sugli autoscontri: urlante e un pò folle, incosciente ma determinata, mentre prendo di mira le cose e le persone che voglio e le colpisco con tutta la forza che ho dentro.

E chi ha paura, si scansi.

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