Mentre mi sorridi (a picture of you)


Mentre scrivo mi guardi dalla fotografia che ti ho scattato tanti anni fa, tieni in braccio il nostro gatto  Pepe (sai che lo immagino lì con te?) e sorridi. Mi piace averti accanto, soprattutto quando scrivo, anche se ammetto di averti fatto fare un po’ troppe volte il tour della mia casa in queste settimane, ma non potevo farne a meno, perdonami. Sei stata sulla libreria accanto al mio letto per molte notti, e hai passato molti giorni a saltare dal mobiletto viola nella saletta al tavolo della cucina, dalla scrivania dello studio alla consolle nell’ingresso, e infinite volte ancora ti ho nascosta nella mia borsa per sentirti accanto a me anche solo al supermercato, o in banca. Ma che ci vuoi fare, sono fatta così, “tutta particolare“, come dicevi tu. Mi dicevo che lo facevo per te, che era un modo per farti sentire ancora viva e presente nella mia vita, ma sappiamo entrambe che lo stavo facendo soprattutto per me. Mi mancavi e mi manchi ancora, piangevo e piango ancora. Poi, però, ti ho messa tra le pagine di un libro. Poi di un altro, e un altro ancora, e quando ho capito che l’unico sollievo che provavo me lo procurava la lettura, hai messo dimora fissa lì, tra destini imprevedibili e personaggi surreali, confondendoti con le storie in cui mi tuffavo per trovare pace e ritrovare quella consapevolezza spirituale che il dolore aveva dissolto con uno schiaffo in piena faccia. Quella sensazione che mi fa sentire che ci sei ancora e non ci siamo perse veramente.

Mi avrai vista sbagliare molte cose in queste settimane, ma forse una cosa buona l’ho fatta fin da subito e me l’hai insegnata tu. Non mi sono nascosta, me lo sono detta subito che te ne eri andata via e che non potevi più aiutarmi, e anche che mi avevi lasciata sola di una solitudine inspiegabile, me lo sono detta subito così, quando la percezione vera, quella consapevolezza dell’ineluttabile è arrivata, se non altro non mi ha colta impreparata e ho potuto difendermi.

Quando perdiamo qualcuno che amiamo per davvero e cui siamo profondamente grati, ci affanniamo spesso per fare il prima possibile la cosa più sbagliata, cioé evitare il dolore. Ci inventiamo inganni mentali che ci procurino falsi piaceri, gioie effimere, ci procuriamo impegni che ci distraggano durante i quali poter fingere che non sia successo niente, e in questo tentativo di evitare il dolore, ci consegnamo ad esso, involontariamente, con più facilità. Non ho voluto farlo io, ho voluto rispettare così tanto il momento in cui ti sei trasformata in “altro”, che me lo sono quasi ripetuto tutti i giorni che eri andata via. Mi sono mossa in casa, nel mondo, da sola, o con gli amori della mia vita, camminando sui gusci d’uovo, conscia di essere sul punto di spezzarmi da un momento all’altro, ma non illudendomi mai di ritrovarti in una telefonata, in una passeggiata o in un caffé e anche se questo ti potrà sembrare masochistico, mi ha aiutata a non essere un castello di carte e ad evolvermi, anzi, nella tua direzione, a diventare qualcosa di diverso, forse di meglio.

Le cose che ho fatto  in queste settimane non sono molte però, con la tua fotografia accanto al computer, ho finito di scrivere un romanzo e forse è anche merito tuo perché c’è stato quel pomeriggio di sole, a settembre, in cui eravamo sole tu ed io, e ti ho promesso qualcosa che aveva a che fare con quella certa storia di quella certa ragazza che a un certo punto diventa meglio di ciò che è sempre stata e capisce che, in fondo, era già tutto dentro di lei.

Mi piace vederti sorridere, maman, per questo non ti sorprendere se ti troverai qualche volta in cucina mentre cuoce la pasta, o sul divano mentre io dormo davanti alla tv accesa, perché se è vero che sono tua figlia quella “tutta particolare”, devi sapere che per me non c’è niente di più normale che sentirti sempre accanto.

 

 

 

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