Uno zaino pieno di emozioni


La settimana scorsa ho avuto la fortuna di poter fare una breve ma intensa fuga dall’Italia e sono volata in Polonia, precisamente a Varsavia e Cracovia. Inutile dire che sono rimasta sorpresa dalla bellezza di questi luoghi, dalla pulizia delle strade che dalle mie parti sembra essere un’eccezione, dal buon cibo e dalla puntualità dei mezzi pubblici, insomma da un paio di cose che mi hanno fatta sentire un po’ perplessa e imbarazzata, abituata come sono a fare slalom quotidiani tra cacche di cane, carta e rifiuti vari.

Ogni volta che viaggiamo, si dice, torniamo diversi e nel mio caso posso dire che è sempre vero, soprattutto per quel che riguarda questo viaggio.

Cosa dobbiamo mettere nel nostro zaino quando decidiamo di viaggiare? Cosa dobbiamo fare per vivere con pienezza questa piccola, grande, ma soprattutto nuova esperienza?

Io credo che per prima cosa occorra lasciarsi andare, permettendo ad un mondo sconosciuto di entrarci dentro e arricchirci, mescolarsi con le nostre radici, i nostri concetti, anche i nostri pregiudizi, dandogli la possibilità di agire in noi come un toccasana, una pastiglia miracolosa. La vita di tutti i giorni puo’ essere talmente stressante e talvolta quasi ingestibile che il viaggio ha il dovere di curarci e mettere una pezza calda su quel dolore interno che ci afffligge, recuperandoci come esseri più sani e appassionati del mondo in cui viviamo. Ma il viaggio è quello che noi siamo, per questo è nostro dovere viverlo e amministrarlo come la più preziosa delle ricchezze che – anche solo per pochi giorni – ci appartiene. Quando siamo in qualche posto nel mondo che non è casa nostra, è giusto abbandonarsi a tutte le sensazioni che ci vengono incontro a partire dal profumo del cibo nei ristoranti, alle immagini che si susseguono davanti agli occhi mentre viaggiamo in treno e guardiamo dal finestrino, alle impressioni che leggiamo sui volti di persone che non rivedremo mai più. In questo scambio troviamo “gli altri”, ma ritroviamo soprattutto noi stessi con le nostre vere ragioni e gli obiettivi che contano, e il senso che diamo alle nostre piccole grandi vite, e così facendo chiudiamo un cerchio che ci circonda tutti quanti, tutti uguali in fondo come siamo nelle nostre richieste essenziali a questo mondo che ci ospita dalla nascita. Mi sorprendo spesso a chiedermi chi siano queste persone, cosa facciano nella vita, cosa pensino, sono felici? non lo sono?, dove stanno andando? E le risposte me le invento, ci speculo un po’, magari basandomi su un movimento degli occhi, sull’abbigliamento, sulle mani, sperando di azzeccarci, quindi direi che la cosa fondamentale da infilare anche con forza nello zaino, è la curiosità, pulita e sincera.

E’ stato un viaggio di prime volte per me, ma forse sono sempre prime volte.

E’ la prima volta che una volta tornata a casa non c’era più mia madre a chiedermi se mi sono divertita, mio padre a dirmi che sono sempre “in giro” e non c’era nemmeno la mia piccola Lulù a correre verso la porta per darmi il benvenuto, un po’ risentita per la verità, ma così è la vita e va accettata. Ho avuto molto da loro e sono grata. Ma c’erano anche loro nel mio zaino, accanto alla curiosità, al mio essere un po’ zingara e alla gioia incontenibile di essere lì, in quel luogo e in quel tempo, con qualcuno che amo molto. Li ho portati con me per il tramite di qualche fotografia nel portafogli, e spero si siano divertiti e sentiti liberi almeno quanto me e abbiano colto l’amore nel mio gesto di condividere con tutti loro un nuovo angolo di mondo conquistato, la famosa bandierina che da tempo mi sono ripromessa di mettere ogni anno su un punto diverso del mappamondo.

Il mondo è l’unico posto che abbiamo a disposizione per realizzare i nostri sogni, grandi o piccoli, ma ultimamente sembra la fabbrica dove nascono gli incubi: città blindate, poliziotti ovunque, rischio attentati, politiche internazionali ipocrite e violente che sono sorelle gemelle e madri di quel fenomeno che liquidiamo frettolosamente con la parola terrorismo per manlevarci da ingombranti responsabilità. Indifferenza, facili protagonismi da tastiera, odio ed egocentrismi debordanti, anche questo siamo e anche questo, a mio parere, fa parte dell’incubo.

L’ultima tappa del mio viaggio è stata Auschwitz.

Non è stato facile decidere di andarci, per vari motivi, non ultimo il carico di dolore che ha preso possesso della mia vita negli ultimi mesi, o forse anni, ma poi ho capito che era un favore che facevo a me stessa e che mi avrebbe dato la possibilità di farmi influenzare da qualcosa di nuovo, da una percezione diretta per poi vedere come avrei reagito. Niente filtri, niente televisione o Internet, niente punti di vista altrui né manipolazioni esterne, ma solo io con questo mia piccola mente pensante.

Il primo impatto è stato quello di molti, un senso di paralisi e di stordimento, poi quando i piedi hanno deciso di camminare, la mente di riprendere a pensare lucidamente e il mio torace a respirare, ho cercato di sentire. Mi sono trovata sopraffatta dalla sensazione di trovarmi in un luogo a dir poco surreale, perché la violenza viscerale che lì aveva preso dimora benché fosse ovviamente reale, aveva superato quel limite sottile che l’aveva trasformata in essenza pura del male, in gocce concentrate di squallore umano e vergogna. Prima c’è stata la rabbia, poi le lacrime e un rispetto silenzioso, infine l’accettazione che, purtroppo, l’umanità cui appartengo è anche questo e che forse non cambierà mai. E questa amarissima consapevolezza che sa di rassegnazione è tornata a casa con me, non ho potuto evitarlo, ho dovuto farle spazio in questo zaino già allo stremo, saturo delle cose belle che ho dentro, degli amori che ho avuto e di quelli che ancora ho, e ho capito che sta a me scegliere quanto spazio farle poi, nella mia vita, una volta tornata a casa.

Io non so niente, vedo gente che sa tutto, leggo articoli di persone che pontificano, puntano dita e accusano e vogliono semplicemente avere ragione. Io non so niente, non so davvero niente tranne quello che so, ma penso che bisogna avere voglia di conoscere, anche per farsi spaventare meno e per sentirsi come ci si sente quando si è su un treno, o per strada col naso all’insù. C’è davvero un sacco di male al mondo e io come molti sono una che ha paura di tante, troppe cose, ultimamente anche molta paura dei luoghi affollati e di viaggiare, è ovvio, ma forse, l’unico antidoto a tutto questo distillato concentrato di “male” è conoscere, appunto, anche solo per il tramite di un libro, se viaggiare materialmente non si può. Conoscere, studiare, ragionare con la propria testa e capire. Mettersi a disposizione di altri mondi distanti ma pur sempre paralleli e abbattere almeno nella nostra piccola sfera la rigidità di pensiero, sostituirla con l’apertura di mente come fossero ali, e diventare finalmente esseri liberi.

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