Il posto dei sogni


E’ luogo comune che più si va avanti nella vita, meno si ha la tendenza e forse anche la volontà di sognare. Sembra che crescendo la maggior parte di noi si affanni per confermare l’idea generale che siano i bambini a fare i sogni e i grandi a fare i “fatti”, come se la ghiandola, l’organo o forse quell’ossicino mezzo rotto che da piccoli ci fa immaginare scenari meravigliosi in cui diventiamo piloti di aeroplano, ballerine, cantanti e cow boys (e girls, of course) con gli anni si ammali di una osteoporosi irreversibile e si sgretoli insieme ai nostri desideri più reconditi.

Se è nella natura che risiede il concetto stesso di evoluzione, e se l’evoluzione è comunque avanzamento, miglioramento, cosa c’è di tanto evolutivo nella perdita della dimensione del sogno, poi, una volta adulti?

Non è forse questa una regressione del pensiero? Un inceppamento del prodigioso cammino avanti veloce che dovremmo fare in quanto esseri figli di madre natura? Non eravamo forse più felici quando ci credevamo davvero che un giorno avremmo cavalcato un pony con la coda arcobaleno (senza assumere allucinogeni, si intende)?

E, poi, dove vanno a finire i sogni che non abbiamo realizzato?

Muoiono con noi? Muoiono prima? Sopravvivono a noi?

Sarebbe bello poter isolare il momento in cui ce ne disfiamo, e con essi ci liberiamo di tanta parte di quella cosa così astratta e forse spaventosa chiamata felicità, sorella della possibilità, perché credo che capiremmo molto di noi stessi, anche che a volte ciò che ci ostacola nel perseguimento dei sogni è la paura di cosa potrebbe voler dire essere liberi di scegliere, felici. Dicono che l’essenza di una persona si veda nel momento in cui è libera di scegliere e io adesso ci credo, sono convinta che sia così e sono anche convinta che, spesso, siamo sicuri di essere felici per qualcosa ma in realtà non lo siamo veramente, o meglio, lo siamo nella misura in cui il mondo esterno si aspetta che lo siamo. Forse è un concetto contorto, ma più divento una signorina grande, più la vedo così. Crescendo e cercando il nostro posto nel mondo siamo inevitabilmente programmati per costruirci una nostra indipendenza fatta di casa, mutuo, lavoro, salti mortali con la rete o senza per arrivare a pagare tutte le bollette, e siamo orgogliosi di noi stessi quando ci guardiamo indietro e vediamo tutte le piccole grandi cose che abbiamo fatto con la nostra sola forza, tuttavia si può sentire che qualcosa si è perso per strada e quello che si è perso appartiene quasi sempre alla sfera del sogno, appunto. E’ una specie di dolorino sordo, una spina nelle viscere piccina ma coriacea che a un certo punto arriva, se non per tutti, per tanti di noi.

Sarebbe bellissimo poter conciliare il sogno con la realtà, e ammiro oggi più che mai coloro che ci riescono, quelli che hanno il coraggio di vivere la vita come in fondo è, un percorso personalizzabile, con paletti da dribblare a scelta, salite e discese con vari livelli di difficoltà e traguardi ballerini che si spostano di un metro avanti ogni volta che ci sembra di poterli afferrare con una mano.

Dunque, mi chiedevo, ma dove vanno a finire i sogni sognati?

Una risposta me la sto dando in questi giorni, dopo che ho fatto un timidissimo piccolo passo verso qualcosa che vorrei vedere realizzato e che ha a che fare con la scrittura, e la risposta è talmente semplice che ci voleva solo un adulto per non arrivarci prima: i sogni non muoiono mai, possiedono il dono a noi negato dell’immortalità, ma lo dividono volentieri con noi, trasformandosi essi stessi in testimoni della nostra esistenza, dimostrazioni pratiche che la vita è possibilità di infinite realizzazioni, basta solo fare loro un po’ di spazio tra gli obblighi e le incombenze del quotidiano.

Ogni tanto, facciamocelo questo regalo, anzi facciamocelo con regolarità, come fosse un esercizio di pilates, il pieno alla macchina o una bolletta da pagare, regaliamoci questo, regaliamoci la consapevolezza che in fondo tutto è conciliabile e che malgrado i doveri quel cassetto lì, quello chiuso a forza e dimenticato, deve essere aperto e rovistato un bel po’, non fosse altro per darsi l’opportunità di uscire per strada e, di tanto in tanto, incrociare cowboys che cavalcano cavalli con la coda arcobaleno, astronauti e ballerine invece dei soliti professionisti seri in giacca e cravatta che corrono, stressatissimi, in ufficio.

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3 commenti

    • Ciao, no, non lo conosco, ma da quello che scrivi nel tuo post, mi sembra proprio che meriti di essere guardato. Lo farò e, nel frattempo, grazie per essere passato da Zollette.

      • Lo trovi in streaming su filmsenzalimiti e su cineblog, oppure in dvd su ebay.
        Se ti va, poi fammi sapere come l’hai trovato. Se invece non dovessi più sentirti, per me avertelo fatto scoprire è già una grande soddisfazione. Grazie a te per la risposta! 🙂

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