Supermarket


Quello sarebbe stato il luogo perfetto per scrivere il suo romanzo d’esordio, l’empasse era finita.
Qualche giorno prima su uno dei social networks cui era iscritta, aveva letto una citazione postata da chissà chi, che recitava più o meno: “NON MI IMPORTA CHE SIA FACILE, MI IMPORTA CHE NE VALGA LA PENA”. Diversamente da altre, questa le era rimasta particolarmente impressa perché rappresentava appieno quella ragazza sognatrice ma determinata che lei sentiva di essere in quel momento, e l’aveva condotta a un ragionamento che normalmente detestava fare e cioè pensare che era destino che la leggesse, che niente accadeva per caso e che quella frase era stata messa lì proprio per lei.
Adele era una sognatrice, non c’erano dubbi, ma difficilmente indugiava in questo tipo di acrobazie mentali, perché la sua idea di sogno era più che altro legata alla parola progetto, allo sforzo per ottenere il risultato sperato, al duro lavoro ripagato e non al mistero del destino, o a Facebook che prevedeva il futuro tramite citazioni postate da amici stretti, conoscenti, o amici degli amici. Tuttavia, quel giorno lì, in quel luogo, pensava che il destino stesse bussando alla sua porta ed era giunto per lei il momento di aprire.
L’aspetto fisico un po’ la tradiva, Adele, che coi suoi lunghi capelli rossi e ricci, le lentiggini e gli occhi verdi e i suoi abiti gipsy comprati al mercatino dell’usato ricordava una hippie, una ragazza libera dalle regole e dalle convenzioni che viveva secondo la sua natura, un po’ al di fuori degli schemi che la società le imponeva. Questo era in parte vero, perché Adele faticava ad accettare che per essere considerata femminile dovesse indossare abiti attillati, scollati, o che per essere alla moda dovesse azzerare il conto in banca per una borsa o un paio di scarpe griffate, ma lei era una che le regole del comune sentire le aveva sempre abbracciate, non fosse altro per far piacere alla madre.
Poi era arrivato il giorno del licenziamento – era receptionist presso un’azienda nel settore tessile – e malgrado tutti la consolassero con i loro vedrai che troverai di meglio, e altri la demoralizzassero con i loro è la crisi, sta arrivando anche da noi, lei si era sentita serena e un po’ alleggerita, come se le avessero levato un grosso peso dalle spalle.
Aveva quindi deciso di realizzare il suo progetto e di scrivere quello che in futuro sarebbe stato definito il suo romanzo d’esordio.
Non era stata una decisione presa alla leggera, né un capriccio infantile, ma un’alternativa professionale alle altre che le era capitato di valutare, soprattutto perché Adele scriveva da sempre: quando era piccola si inventava le favole che poi la madre le avrebbe letto la sera prima di dormire, e già nei primi anni di scuola la sua attività preferita erano i temi, successivamente le tesine di letteratura e i brevi racconti, e tutti i suoi insegnanti concordando sul suo talento indiscusso, l’avevano spronata a insistere e a dedicarsi seriamente alla scrittura.
Aveva vinto anche un paio di concorsi da adolescente e questo l’aveva incoraggiata, ma essere figlia di una madre single in una città costosa come Londra, la obbligava a cercare di guadagnare soldi sicuri per poter pagare bollette e affitto senza ritardi. Erano così arrivati i primi colloqui con le aziende, e i primi lavoretti come cameriera in un pub, operatrice di call center, e alla fine receptionist presso l’azienda che da pochi giorni l’aveva licenziata per una riduzione di personale e se di sicuro non ricavava soddisfazione nel rispondere al telefono, o nello spedire e smistare la posta, era invece orgogliosa di poter aiutare la madre – operaia in una fabbrica a nord della città – col suo magro stipendio. Per fortuna, assieme al licenziamento, era arrivato un assegno cospicuo per lei che l’azienda le versava a titolo d’indennizzo, e c’era sempre il sussidio di disoccupazione, per cui non era impossibile dedicarsi al progetto.
La prima cosa da individuare era una: il luogo dove scrivere.
L’aveva capito subito: la sua casetta in Riffle Road, benché calda e accogliente, al secondo piano di una palazzina ben curata, sembrava non essere il luogo adatto. La prima stanza in cui aveva provato a concentrarsi per trovare l’ispirazione era stato il salotto-sala da pranzo: si era seduta al tavolo spalle alla finestra, aveva acceso il suo computer e aveva appoggiato le mani sulla tastiera.
Niente. Non succedeva niente.
Aveva bevuto una tazza di tè, si era sgranchita le gambe, fatto gli esercizi di rilassamento per la cervicale, ma non succedeva niente.
Allora aveva provato in cucina, anche se lo spazio a disposizione era ristretto e i suoi dirimpettai potevano osservarla mentre scriveva, cosa che detestava, affezionata com’era a quell’esercizio anche per la possibilità di svolgerlo in solitudine e silenzio. Aveva chiesto più volte alla madre di mettere una tendina, anche un piccolo pezzo di stoffa per ripararsi dalla vista altrui, ma lei si era sempre rifiutata perché le faceva piacere vedere, parole sue, “la vita in casa degli altri, la cucina dei suoi vicini con i bambini che si rincorrono, o la padrona di casa che mentre lava i piatti li guarda con la sua faccia stanca da mamma”.
Il perché amasse farlo, Adele non lo sapeva – la madre non era mai stata una donna curiosa o peggio, spiona – ma poi si ritrovava a pensare che era vedova da così tanti anni, e aveva così poche amiche con cui parlare, che forse quel poco le bastava per non sentirsi sola, così le sue rimostranze per le tende della cucina a un certo punto erano finite là dov’erano iniziate.
Scrivere in bagno, le pareva poco estetico. Rideva al pensiero della sua ipotetica prima intervista quando, giunta alla domanda “in quale luogo preferisci scrivere”, lei avrebbe risposto “in bagno”. Non che l’originalità non ripagasse, anzi, ma non era ancora pronta per un’esperienza simile, forse con un secondo o terzo libro, ma non col suo romanzo d’esordio.
Esclusa anche la camera da letto perché troppo buia, troppo piccola, e il letto troppo comodo da far venire voglia di dormire, aveva deciso che il luogo dove scrivere doveva trovarsi fuori, in città.
Così una mattina si era alzata di buon’ora, e dopo una doccia calda e un tè si era diretta, zainetto in spalla con tutto il necessario per scrivere, verso la stazione della metro di Willesden Green. Aveva deciso che avrebbe provato a scrivere in vari luoghi di Londra, in una città così stimolante era impossibile non trovare l’ispirazione, ed era convinta che col posto giusto sarebbe arrivata anche l’idea giusta.
Il primo stop lo fece al “The Nest” proprio a fianco all’ingresso della metro, il bar dove prendeva il suo cappuccino a portar via prima di partire verso il centro città quando lavorava, ma poco dopo essersi seduta al tavolino che dava sulla strada, aveva capito che nemmeno quello era il luogo adatto per la troppa confusione e le chiacchiere della gente.
Stessa sorte le era toccata, ma era prevedibile disse a se stessa, in uno Starbucks e all’Apple store di Covent Garden, così aveva deciso di provare con le biblioteche pubbliche, non fosse altro per la possibilità di godere del silenzio. Il primo tentativo fallì alla Charing Cross Library, dove oltre a migliaia di libri c’erano dei sitting spots dotati di computer e troppi turisti, poi si era spostata in una biblioteca a Camden, dalla quale era fuggita dopo meno di un’ora a causa del rumore assordante che proveniva dalla stanza di lettura dei bambini. Alla fine di quella lunga giornata aveva tentato con la Holborn, che essendo a due passi dalla casa di Virginia Woolf le sembrava adatta per stimolare l’immaginazione, ma forse a causa dell’edificio un po’ trasandato e delle persone che dormivano sulle poltrone, l’unica voglia che le era venuta era quella di saltare sulla prima metro direzione casa e andarsene via.
Il giorno successivo aveva tentato con i musei, pensando che nel processo creativo il contatto con l’arte potesse tornarle utile.
Inizialmente aveva deciso di andare al British Museum, per i pezzi inestimabili e i ristorantini dove si poteva anche prendere un semplice cappuccino e occupare il tavolo per un po’, ma poi aveva cambiato idea memore delle esperienze inconcludenti del giorno prima. Così aveva proseguito in direzione della National Gallery, il suo museo preferito, con i quadri più famosi al mondo, i deliziosi dolci al bar e i bagni per signora incredibilmente puliti. Arrivata nella sala dedicata a Van Gogh si era seduta sulla panca proprio di fronte ai “Girasoli” e dopo aver tirato fuori il portatile dallo zainetto, si era messa in attesa dell’idea giusta. Quei girasoli avevano sempre esercitato un potere ipnotico su di lei, ma malgrado si fosse resa conto di provare un lieve stordimento – le capitava spesso davanti ad alcune opere d’arte – l’ispirazione sembrava ancora lontana.
“Dove sei mia musa, dove sei?”, si chiedeva ironica mentre saliva sulla metro, “Mi hai forse abbandonata?”.
Scesa alla stazione di Pimlico si era diretta con calma verso la sua prossima meta, godendo dell’inconsueto tepore del sole mattutino in una giornata invernale, e poco prima di mezzogiorno si era ritrovata proprio davanti all’ingresso della Tate Britain. Sapeva già dove andare, in quella ben precisa sala di fronte a quel ben preciso quadro che ogni volta le faceva tremare le gambe per l’emozione.
Una volta seduta davanti a quella che, a ben pensarci, poteva essere la sua ispiratrice, aveva iniziato a scrutarla con un moto del pensiero che andava avanti e indietro come una pallina da tennis tra l’osservazione del dipinto e l’attesa dell’idea, come se questa potesse nascere dal prelievo di un virtuale microscopico frammento di colore trasformato in parola scritta, ma niente, nemmeno Ofelia sembrava accontentarla.
Si era quindi alzata e avvicinata a questa giovane donna dai capelli rossi come i suoi, caduta nelle acque, che tiene ancora in mano i fiori che ha colto e che l’hanno condannata a morire giovane. Malgrado quello fosse in fondo il ritratto di una donna sul punto di morire, tutti i dettagli di quel quadro sembravano parlarle di bellezza e mai aveva provato tristezza nel goderne: i fiori tra le mani, le dita leggermente piegate, le braccia aperte come un Cristo crocifisso, i decori sull’abito e lo sguardo sereno di chi si lascia andare al suo destino senza opporsi. Come poteva tutta quella bellezza perfetta non ispirarle una sola parola, un concetto?
Si sentiva sopraffatta così come sempre le accadeva di fronte a quel capolavoro, ma tutto si fermava lì. Nessuna parola scritta, nessuna idea da sviluppare.
Un po’ demoralizzata dopo aver scommesso molto e perso tutto, aveva deciso di tornare a casa e di riflettere sulle prossime mosse, compresa quella di abbandonare il progetto del romanzo, e iniziare a cercare un altro lavoro. Non era di certo contenta di valutare anche quell’ipotesi, ma se nemmeno le opere d’arte riuscivano a stimolare la sua vena creativa, quello poteva essere il segno che, semplicemente, la vena era minima e si era già esaurita. Difficile da digerire, ma possibile.
Scesa dalla metropolitana con uno stato d’animo un po’ abbattuto e il dispiacere per non essere stata in quelle ore all’altezza del progetto in cui aveva scelto di credere, si era avviata verso casa. Il passo adesso era lento e la schiena dolorante per il peso del portatile che, tra l’altro, si era rivelato totalmente inutile, e più si avvicinava a casa, più la delusione si trasformava in rabbia, facendole assumere delle espressioni evidentemente strane, o ridicole, o almeno ciò le sembrava di notare dallo sguardo delle persone che incrociava lungo la strada, e forse per un po’ aveva anche parlato da sola, cosa che le capitava spesso quando era nervosa.
Era stato quello il momento in cui aveva capito che non era solo un progetto, ma anche un sogno quello di diventare scrittrice, perché i sentimenti che le capitava di provare erano simili a quelli generati da un cuore spezzato, sentimenti che appartenevano alla sfera del desiderio e del sogno che, come tale, poteva essere irrealizzabile. Era in fondo la lezione che da sempre Ofelia le insegnava: accettare il proprio destino, lasciarsi andare alla corrente con le braccia aperte e lo sguardo sereno rivolto al cielo.
Mentre infilava la chiave nella serratura del portoncino esterno sentì una voce alle sue spalle che le chiedeva di non chiudere: era Emma, l’inquilina del piano di sotto, un’anziana vedova che si era presa cura di lei fin da quando era bambina.
Emma, scesa dalla sua auto con i sacchetti della spesa, aveva attraversato la strada e allungato il passo per approfittare del portoncino aperto e, più che altro, scambiare un paio di battute con Adele. Le aveva chiesto subito il motivo di quello strano broncio, così, senza tanti giri di parole, e Adele si era immediatamente riavuta dal suo vortice di pensieri badando a prendere due dei sacchetti del supermercato che l’anziana portava a fatica e a posarli sul tavolo della cucina.
“E’ per il romanzo, non riesco a concentrarmi sull’idea giusta…”, e finì per raccontarle per filo e per segno dei musei e di tutto quel girovagare per Londra.
Emma era una delle poche persone che sapevano del progetto di Adele, ne avevano parlato mesi prima quando il licenziamento era nell’aria e l’idea di diventare scrittrice si era fatta più concreta, e in quel periodo si era sentita un po’ in difficoltà nel condividere quella confidenza così importante con la ragazza, visto che la madre di lei ne era quasi all’oscuro. Più volte l’aveva esortata a parlarne apertamente in casa, ma forse per un senso di colpa nel sapere di poter dare meno soldi per le spese, o per paura di non essere compresa da quella madre così pratica e lavoratrice, Adele non lo aveva ancora fatto, anzi aveva mentito parlando di colloqui di lavoro e possibili assunzioni.
Con Emma, invece, era diverso. Forse dipendeva dal fatto che era stata una maestra d’asilo per tutta la vita e il contatto con i bambini aveva mantenuto la sua parte giocosa e fantasiosa intatta, o forse per quello strano moto per cui, spesso, le cose più intime si raccontano più facilmente a persone estranee alla famiglia. E poi, c’era il fatto non trascurabile che questa signora appoggiasse ogni idea di Adele ancora prima di averla ascoltata, con quell’entusiasmo tipico di chi vive ogni cambiamento e ogni novità come un’opportunità per migliorare. L’unico frangente in cui il destino l’aveva spaventata era stata la morte del marito dopo un improvviso infarto, ma anche in quel caso non si era abbattuta e aveva approfittato di quella ritrovata libertà – la figlia oramai adulta era sposata e viveva in Scozia – per frequentare più spesso le amiche, prendere un tè dalla vicina di casa, iscriversi a corsi di pittura e giardinaggio presso la parrocchia locale e preparare cenette per Adele e la madre.
Emma era sempre stata una donna moderna, aggrappata alla sua indipendenza anche quando si parlava di muoversi in una città caotica come Londra: aveva sempre disprezzato l’idea di spostarsi con la metropolitana o con i bus, in mezzo a fiumi di persone, rumori, confusione e per questo non andava da nessuna parte senza la sua amata Mini Cooper, neanche adesso che aveva soffiato su settanta candeline. Diceva sempre che era la sua appendice, una parte di sé da curare non meno delle altre e per questo, malgrado l’età e i chilometri percorsi, quella piccola auto dimostrava molti anni di meno, proprio come la sua padrona.
“Perché non prendi la mia auto e vai fare un bel giro? Magari l’ispirazione arriva…”
“Grazie Emma, ma non guido mai, non sono abituata… meglio che vada a casa a farmi una bella doccia calda”.
“Tu sottovaluti il potere del movimento, mia cara… non sai cosa voglia dire la libertà di andare dove vuoi… prendi le chiavi, dai, forza…”
“No, davvero, ti ringrazio…”
“Ti si schiariranno le idee, ne sono certa… anche se arrivi solamente fino allo stadio, vedrai… sono sicura che lungo il tragitto qualcosa salterà fuori, prendi le chiavi, dai, forza…”
“Emma, davvero… non…”
“Il giorno del funerale di Henry, dopo che i parenti se ne erano andati, mi sono sentita terribilmente sola, perché avevo realizzato che lui non sarebbe più tornato. Avevo visualizzato la solitudine delle mie serate davanti alla tv, le cene con un unico piatto, un unico bicchiere, e il letto vuoto per metà, una sensazione insopportabile per me che non ero mai stata sola…”
“Mi spiace Emma, lo posso solo immaginare, ma cosa c’entra con la tua auto?”
“Quel pomeriggio ho provato a seminare dei fiori, avevo ancora un po’ di spazio in giardino e mi sembrava un bel gesto simbolico, ma non trovavo sollievo e continuavo a sentire quel peso sulla testa. Poi ho provato a cucinare, ma ugualmente non trovavo sollievo, allora ho pulito tutta la casa, lavato i piatti che erano molti, perché quasi tutti i parenti avevano voluto pranzare con me quel giorno, ma non serviva a niente. Così, mentre bevevo un tè in cucina seduta di fronte alla finestra, guardando al di là della strada ho notato la mia auto, e dopo poco mi sono ritrovata seduta al posto di guida, motore acceso.”
“E dove sei andata?”
“Sai che non me lo ricordo? E non è l’età! Credo che sia perché per me in quel momento non era importante andare in un luogo piuttosto che in un altro, ma semplicemente andare. Ricordo solo che vidi un bel tramonto, e che quell’apertura del cielo aprì anche qualcosa dentro di me, non mi sentivo più sola, percepivo l’amore per mio marito più forte che mai. Mi sentivo come quando lavoravo con i bambini e mentre insegnavo qualcosa a loro, ne imparavo una anche io, anche se non sapevo cosa fosse. Ero sopraffatta e una volta tornata a casa, dopo chilometri senza meta, stavo meglio. Così, senza ragione.”
“Adesso non saprei nemmeno dove andare, magari domani…”
“Prendi le chiavi adesso, e vai piano”.
Così si era ritrovata seduta al posto di guida, lo zainetto sistemato sul sedile posteriore, la giacca su quello del passeggero e lei lì, senza meta.
Aveva iniziato col fare qualche giro nel quartiere, passando varie volte intorno a casa, pensando che se Emma l’avesse vista le avrebbe fatto segno di andare altrove a cercare il suo tramonto, così al quarto o quinto passaggio sotto casa, prese una deviazione e si allontanò, ma non era tranquilla, il cuore le batteva forte, non era abituata a guidare e non si sentiva per niente a suo agio tra clacson, semafori e sorpassi. Pensava che fosse impossibile trovare un’idea da romanzo in quel caos, col cuore così agitato, così aveva deciso di svoltare a sinistra e fermarsi in un posteggio, se non altro per calmare i nervi e avere abbastanza autonomia per tornare a casa senza fare danni a se stessa e alla Mini.
Per fortuna, a poche centinaia di metri c’era un grande supermercato, quello dove a volte andava con sua madre, e soprattutto c’era il parcheggio per i clienti, così, con un paio di manovre sistemò l’auto proprio davanti alle porte d’ingresso e uscita e, spento il motore, non avendo altro da fare si mise a osservare le persone lì intorno.
Dapprima notò una signora che pressappoco poteva avere l’età di sua madre: alta e magra, cappotto blu e passo svelto. C’era qualcosa di strano in lei che Adele inconsciamente aveva colto ma che non riusciva a focalizzare, e che si era palesato solo nel momento in cui la donna si era avvicinata per salire sulla sua auto: indossava una parrucca. Il pensiero era andato subito alla malattia, agli ospedali e alla storia di questa sconosciuta. C’era stato di sicuro un sintomo, poi una diagnosi, c’era stata lei che parlava con un medico, poi c’era stato qualcosa che le aveva fatto cadere tutti i capelli. Sicuramente c’erano state molte lacrime, non solo sue.
Poi era arrivato il turno di due adolescenti: lei era bionda e incinta, e lui sembrava un bambino, magrissimo, capelli rossi e una cresta in stile moicano, il viso imberbe. Si fermò a pensare che c’era stato un momento in cui lei aveva scoperto di aspettare un figlio da questo suo fidanzato, e c’era stato il momento in cui gliel’aveva detto, e poi c’era stato il momento in cui lo avevano detto alle loro famiglie e molti altri momenti ancora in cui sentivano che la loro vita sarebbe cambiata per sempre, forse in meglio o forse in peggio, ma di sicuro sarebbe cambiato tutto.
Una ragazza di colore camminava svelta e parlava al telefonino. Aveva un rossetto rosa acceso e rideva moltissimo, probabilmente con una ragazza, perché sembrava nell’atto di ascoltare un pettegolezzo, di quelli che si raccontano fra amiche.
Due donne anziane, poi, uscivano dal supermercato mentre altre due entravano, ma se le prime dovevano essersi incontrare all’interno per caso – appena uscite dal parcheggio, si erano salutate frettolosamente – le seconde due chiacchieravano fitte e davano l’impressione di essere arrivate insieme, magari dopo essersi date un appuntamento lì vicino, da buone amiche. E poi c’era anche un uomo sulla cinquantina con il suo abbigliamento un po’ trasandato e l’aria di chi vive da solo in una casa disordinata, o magari in una stanza ammobiliata.
Adele si chiedeva cosa sarebbe successo se avesse seguito, una a una, tutte quelle persone e tutte le altre che le transitavano davanti, e cosa avrebbe visto se fosse potuta entrare di nascosto nelle loro case e si rispose qualcosa che aveva a che fare con la vita.
La voglia di accendere il motore per tornare a casa era improvvisamente sparita, e al suo posto era arrivata finalmente l’idea giusta.

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