Mondi invisibili e qualche pensiero volante prima di cena


Con le finestre chiuse che confinano il rumore delle auto e dei camion là fuori – lontano abbastanza da non darmi fastidio – mi perdo nel silenzio della mia piccola casa. Faccio i conti con quello che ho, quello che sono, e quello che la mia persona produce per se stessa, per gli altri e cosa ne riceve in cambio. Nel frattempo, preparo il minestrone. Ho la mia casa, tangibile, reale, quattro piccole mura frutto di sacrifici infiniti, ho i quadri appoggiati alle pareti, le fotografie che dimostrano che sono stata altrove prima di tornare qui, e tante piccole grandi prove che esisto e vivo, come tutti.

Carote, patate, bietole, piselli, un pizzico di sale.

Le cose visibili.

C’è la spesa in frigorifero, ci sono i biscotti nel mobile alle mie spalle e i libri sul tavolo della cucina a ricordarmi che devo studiare per domani. C’è anche una bolletta, antipatica e scaduta, che reclama le mie attenzioni. “Mettiti in coda, cara”, le dico da giorni. C’è sempre un bel po’ di polvere, qualche disattenzione qua e là, segni di passaggio umano, come in tutte le case che non escono esattamente da una rivista del settore.

Amore, amicizia, passioni, desideri, sospiri. Mi manchi, ti penso, ti amo.

Le cose invisibili.

Poi ci sono le cose invisibili, quelle che “ne vale la pena”, ovvero quelle che se non ti sai destreggiare bene, le prendi in pieno con un passo troppo lungo, una svolta troppo rapida, o imprevista e ti fai male. Il problema è che loro sono invisibili, ed è così che ti fregano, e a volte nemmeno l’esperienza di una vita è sufficiente per aguzzare la vista e prenderle in contropiede. I sentimenti che non ti aspetti, per esempio, nel bene e nel male.

Come, per esempio, quando sei intenta a far altro (dicono che la vita vera avvenga proprio in quei frangenti lì, quelli totalmente privi di consapevolezza) e ti capita di prendere il cellulare per cercare una foto stupida da mandare a un’amica e mentre scorri col dito dal basso verso l’alto, ti si blocca il fiato perché trovi qualcosa che avevi messo nel cassetto delle cose invisibili, un’immagine che ti pugnala e ti accarezza e ti fa bene tutto, e male tutto, e per questo ti confonde. Le cose invisibili ti masticano e poi ti sputano, per questo quando ti hanno catturato non sei più la stessa persona di prima. L’amore per esempio, che si manifesta in maniera così strana, il re dei travestimenti, che nemmeno dieci vite sono abbastanza per capirci qualcosa, come se la sua missione fosse farci impazzire parzialmente prima di farci impazzire totalmente. Arriva per il tramite di un’amica che ti prende la mano in un preciso istante della tua vita, una frazione infinitesimale dove c’è tutto, perché tra le cose invisibili c’è la possibilità, la potenzialità del tutto, di provare sentimenti immensi, irripetibili,  oppure ti coglie di sorpresa per il tramite di una lettera che trovi in una borsa buttata in un armadio dove cercavi di chiudere un altra cosa invisibile, il dolore, raccontando a te stessa che ce la potevi fare. E farcela è una cosa visibile e invisibile, un processo lento che necessita di cure, come una pianta, o un bambino.

Pare che esistano, infatti, delle vie di mezzo, quelle cose tra il palpabile e l’invisibile, che a volte fregano chi le produce, come per esempio piccole, assurde invidie di chi ha molto, o almeno ha ciò che ha sempre detto di desiderare, ma nella sua trappola di malcelata insoddisfazione ed ego in costante (e stancante) competizione col mondo intero, si tradisce con piccole ma evidenti smorfie di disappunto non appena altri ottengono un piccolo, microscopico qualcosa di qualunque genere, in qualunque ambito.

Soluzioni per destreggiarsi, ne abbiamo? Io non ne ho, ho sprecato tutti i tentativi per capirci qualcosa già da tempo – esauriti come le vite a disposizione nei videogiochi – ma forse ho capito che questo altro mondo non meno difficile del mondo reale fatto di biscotti, libri da studiare e fotografie, va preso così com’è, nella sua complessità e nella sua ricchezza, cercando di sopravvivere mentre ci infiliamo, mani e piedi, tra le sottili trame tese tra il visibile e l’imperscrutabile.

Forse abitiamo in un labirinto, e forse non abbiamo altra scelta che imparare a perderci al suo interno, confusi e talvolta impauriti da segnali contrastanti, alcuni ben chiari, altri da interpretare, altri ancora oscillanti in un sovrappopolato limbo. Forse dobbiamo solo imparare a camminare su un pavimento disseminato di metaforiche mine antiuomo, dove il famoso passo falso può costarci caro, o condurci ad una grande gioia, senza passare dal via. Tutto qui, bisogna farcela. Tra un piatto di minestra ed un sospiro.

 

 

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