Somiglianze


Alzi la mano chi si è sentita dire dal proprio partner in ogni relazione seria, semiseria, tragicomica, la seguente frase: “E mi sembri mia madre!”.

Vedo tante manine.

Non so a voi, ma di solito a me è stato detto in relazione a pignolerie sul lavaggio dei piatti, sguardi lanciati con la coda dell’occhio mentre notavo un oggetto fuoriposto in bagno o raccomandazioni sul bere poco durante quelle famose cene tra amici dopo le quali ti torna a casa che vorresti cambiare la serratura.

Quando me lo sentivo dire, mi incendiavo (è un termine tecnico che mi si addiceva anni fa, ora con l’età sono più pacata e mi scaldo solo) per vari motivi tra cui quello di sentirmi dare della “vecchia” (si, diciamolo) e della rompipalle, e perché sembrava che ad una donna giovane non si addicesse quell’atteggiamento certamente materno ma anche protettivo e solo vagamente dittatoriale. Strano poi sentirselo dire proprio da un uomo che viene amato, ovviamente, ma fondamentalmente accudito anche come un figlio e che dipende da te per far partire quell’enorme cubo di Rubik chiamato lavatrice e per chiamare il prete se ha 37° di febbre, ma vabbè.

Ora che sono invecchiata un po’ e che sono cresciuta inside anche attraverso esperienze non proprio all’acqua di rose, mi rendo conto che in quella espressione che prendevo alla stregua di un’offesa, qualcosa di vero è saltato fuori che c’era e c’è, ma di sbagliato una cosa fondamentale c’era, e cioé che non assomiglio alla madre di nessun uomo che me l’abbia detto (per fortuna, eh), ma assomiglio certamente a una madre, la mia.

Ne parlavamo proprio ieri, io e mia sorella.

Non so se sia un effetto dovuto alla malinconia che proviamo per non averla più, o se sia un tentativo inconscio di salvare il più possibile del ricordo di lei, come se distraendoci ci dovesse scappare dalle mani, ma ci siamo rese conto che, ultimamente, facciamo alcune cose (belle) che lei faceva quando eravamo ragazzine. Per la precisione, facciamo quelle cose che – quando eravamo spensierate e ci sentivamo eterne – lei ci proponeva di imparare, ma noi trovavamo noiose e poco interessanti.

Ascoltare musica classica.

Perdersi nella voce di Maria Callas.

Comprare porcellane inglesi e vari oggetti di antiquariato.

Guardare tutti i documentari possibili e immaginabili che parlino di storia e cercare notizie sui personaggi storici più celebri, studiare le loro biografie.

Cucinare piatti tipici genovesi.

Guardare le comiche di Stanlio e Ollio.

Non che queste cose ci fossero estranee in passato, tutt’altro, aver avuto una madre con la mente così curiosa e famelica di cultura, non poteva non influenzarci, ma il fatto che, diventando donne adulte, questi elementi della nostra educazione stiano diventando pane quotidiano e ci stiano trasformando in persone a mio parere più interessanti, mi fa pensare all’eredità, all’eternità, agli insegnamenti inconsci.

Perché mi voleva insegnare il gusto per questa o quell’altra cosa? Perché non si limitava a fruirne lei senza per forza renderci partecipi?

Perché voleva migliorarci, crearci il gusto per le cose belle della vita – quelle che metteresti nella lista delle cose da salvare se finisse il mondo – e voleva lasciare la sua eredità a noi figlie, credo. E forse perché l’istinto di insegnare quello che sappiamo non è legato solo ad una necessità di trasmettere nozioni utili, ma anche alla parola amore, perché amare, voler bene, è anche voler preparare qualcuno che è importante per noi a cogliere certi dettagli della vita che, nella loro semplicità, sono spettacolari.

La musica, la voce della Callas, quel film che ci commuove tutte le volte.

Forse è vero che le persone continuano a vivere tramite noi, e aldilà delle ragioni del cuore o del credo religioso, è evidente che quello che ci viene trasmesso oltre al patrimonio genetico è una serie lunghissima di informazioni che ci si aggrappano dentro dalla nascita fino a saltare fuori quando maturiamo, o forse anche solo quando ne abbiamo bisogno per ricordarci da quale radice proveniamo.

Se ci fermiamo a pensare, ci rendiamo conto che siamo solo ciò che altri erano, con qualche correzione in meglio o peggio, e siamo continuità, elementi di un ciclo infinito, e per la nota legge del nulla si distrugge, siamo eternità.

Del resto, la natura ci insegna che delle radici, anche quelle più robuste, vediamo nulla o solo una parte, ma quella che tiene l’albero o la pianta attaccata al terreno che la nutre, corre silenziosamente molto più giù, fino a qualcosa che se non assomiglia ad un cuore pronto a dare, non so a cosa assomigli.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...